Questa volta, l’Angelo Mai accoglie diversamente dal solito il suo pubblico, difatti, la platea è composta da decine di file di sedie, naturalmente tutte occupate, e tante altre decine di persone che prendono posto dove trovano, a terra, su un muretto, sull’uscio. Tutti in rigoroso e incantato silenzio, quasi di preparazione per quanto di incantevole sta per accadere.

Sale sul palco una giovane molto graziosa, con un abito a quadrucci molto ampio e un piccolo ukulele a cui è appiccicato un fiore di stoffa bianco. Lei sorride quasi timidamente e in un italiano un po’ incerto, ma sicuramente ricco e spigliato, racconta qualcosa di sé, della sua musica, di cosa vive dietro ogni sua canzone. Lei è Sylvie Lewis, cantante folk inglese, di nascita, americana, canadese ed europea di adozione. Ha girato tanto, cantato e lavorato ovunque e infine è approdata anche in Italia, dove attualmente vive, precisamente a Roma. Si è talmente ben integrata nella Capitale che ha collaborato con l’Orchestra di Piazza Vittorio ne Il flauto magico, interpretando Pamina.

Socchiude gli occhi e come d’incanto si trasforma in un usignolo. La sua voce soave e cristallina incanta la platea, che rimane ammaliata in rigoro silenzio. Porta i brani del suo ultimo lavoro discografico, It’s alla true, con una grazia e una semplicità che è davvero impossibile non amarla al primo ascolto.

Alla fine della sua esibizione, introduce l’amico e collega Scott Matthew: capelli tiratissimi in due treccine nere e curve che sbucano da dietro le orecchie, barba folta e ispida da cui emergono poi due occhi grandi, allegri, ma un po’ malinconici. Una camiciona bianca a fiorellini lascia scoperto un braccio su cui è tatuato un piccolo cuore spezzato.

Unlerarned è terzo album di Scott, australiano, ex componente degli Elva Snow e attualmente cantautore indipendente che risiede negli USA, ma che girovaga il mondo portando con sé la sua chitarra ed una voce profonda, delicata, quasi straziante a volte, tale è la sua dolcezza. Unlearned significa dimenticare, disimparare ed è come se in quest’ultimo suo album lui abbia compiuto un processo di assimilazione di alcuni pezzi famosi e non, ‘resettandoli’ dal loro appartenere a chi li ha composti o cantati, facendoli suoi, rendendoli sue creature, come delle piccole, meravigliose poesie. Chiamarle semplicemente cover sarebbe una banalizzazione estrema.

Si va da Rod Steward a Withney Houston, dai Jesus e Mary Chain ai Radiohead. Quattordici chicche che val la pena ascoltare, come se non le aveste mai ascoltate prima.

E lui, di quest’album, ne parla così: ” “Qui dentro ci sono i miei genitori, la mia infanzia, la mia presa di coscienza da adolescente e la mia riscoperta in età adulta di ciò che rende grande una canzone. In un certo senso ho ripercorso la mia vita e l’ho condensata in una serie di cover. Queste canzoni sono state le mie amiche e il mio conforto e scoprirle, da bambino, mi ha fatto sentire meno solo nella mia malinconia. Vi chiedo pertanto di rimuovere i pregiudizi e dimenticare le vostre precedenti impressioni riguardo una canzone, un artista o un genere musicale. Io mi sono prefisso di trovare quella che per me è la vera essenza di queste canzoni attraverso un processo di sedimentazione avvenuto del corso di una vita. Sono canzoni che ho accuratamente disimparato. Potrei continuare all’infinito, ma non lo farò. Please enjoy. Love Scott”.

Torna presto, Scott!

Rigraziamo Rassegna Ausgang e l’Angelo Mai  per la sempre cortese accoglienza.

www.angelomai.org
www.scottmatthewmusic.org
www.ausgang.it

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