Attesi con ansia febbrile dai fan duri e puri della prima ora così come dagli adepti del Doom più imberbi, i Saint Vitus, maestri statunitensi tornano dalle nostre parti ad un paio di anni dal loro ultimo sabba di distorsioni ossianiche nella città eterna.

Da allora qualcosa è cambiato, nel senso di un piccolo ma a suo modo clamoroso ritorno, ovvero quello del primo storico singer della band californiana Scott Reagens, unica scelta che potrebbe non far rimpiangere la timbrica catacombale  dell’immenso Wino: questo piacevole back to the 80’s ci riporta inevitabilmente alle loro origini discografiche, che infatti predilige una scaletta che gira prettamente intorno ai primi due album, per il ludibrio di un pubblico accorso in buon numero ma forse un po’ meno di quanto sarebbe lecito attendersi per un nome di questa portata.

Meglio così, specie per gli scalmanati afocionado del pogo selvaggio, che scatta inesorabile nei momenti più tirati del repertorio: proprio come già accaduto con il live dei Pentagram l’anno scorso, il lento incedere macilento Sabbathiano è una componente fondamentale, ma le esplosioni heavy sono altrettanto fragorose e sentite tanto dal pubblico quanto dalla band on stage. Dave Chandler è il simbolo del trasformismo dell’animale da palcoscenico per antonomasia, che prima del concerto si muove con pachidermica lentezza (coerenza Doom!) a causa delle stampelle, ma sul palco se ne libera e si lancia in sorrisi sornioni, distorsioni amplificate e ossessive, giocosità Hendrixiane con la sua chitarra, col volto corrugato dal passare degli anni e con la folta criniera imbiancata sorretta da una fascia dal gusto settantiano.

Il suono è quello di sempre, saturo e sospeso ma pronto ad aprirsi con squarci improvvisi come a sprofondare in abissi catacombali, con la voce di Reagens che tiene botta nonostante dal mixer non ne vogliano sapere di alzare un filo il volume, almeno quanto basta per renderla pienamente udibile anche quando note e timbrica vengono soggiogate dalla coltre irrefrenabile di chitarra e basso: tuttavia tutti i brani classici passano in rassegna in grande spolvero e perfettamente riconoscibili anche quando vengono colpiti da bacchettate primordiali e precise come da rasoiate di feeback dagli ampli. Il ballo di San Vito colpisce ancora e lascia il segno, mentre scorrono i titoli di coda e i tarantolati se ne vanno via felici e piacevolmente martoriati.

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