All’Auditorium Parco della Musica di Roma sbarca uno dei protagonisti assoluti del panorama musicale internazionale per un caldo sabato sera di Maggio fatto di note e di una Sala Santa Cecilia piena (2800 posti a sedere).

Anima, musica e sofista della serata il maestro Ezio Bosso. Ma attenti a chiamarlo così.

Quando andavo a scuola avevo un insegnate che era cattivo e mi maltrattava parecchio ed io ero terrorizzato. Proprio per questo ho realizzato perché non riesco a farmi chiamare maestro. Non perché sono molto umile ma perché mi fa paura la parola”.

Ezio Bosso, dopo lo straordinario tributo sanremese, torna a Roma per la seconda di tra date (la prossima il 19 Giugno) per presentare il suo ultimo e unico lavoro discografico, pubblicato nell’ottobre 2015, The 12th Room.

Un concerto evento dove la semplicità dell’uomo ha incontrato la maestria di note e mani mai dome dalla malattia. Il mondo è il suo palcoscenico e la sua vita le note.

La sua idea di musica è riassumibile in un concetto espresso dallo stesso Bosso: “la musica non è di chi la compone o esegue, la musica è di chi la ascolta, perché solo tramite la musica possiamo guardare oltre e guardarci dentro”.

The 12th Room è un album composto da quattro inediti alternati a pezzi di Chopin, Bach, Cage, Gluck, Sgambati, Siloti. È la celebrazione della vita che segue una teoria secondo cui la nostra esistenza sarebbe formata da 12 stanze. Dodici è un numero fondamentale per molte culture, nell’ebraismo è 1 e 2, quindi è la conseguenza, dodici sono gli Apostoli, dodici sono i pianeti, “e non ditemi che sono tredici” ironizza Bosso, dodici sono i mesi dell’anno.

Dodici sono le note che ci governano nell’esistenza, dodici sono le stanze che percorreranno il nostro passaggio e ci ricorderanno, e che ricorderemo”.

Ce n’è però una che non possiamo ricordare, ed è la prima, perché quando nasciamo non abbiamo concezione del mondo. Così dobbiamo arrivare alla dodicesima, alla fine, per avere una coscienza dell’inizio.

Proprio la dodicesima stanza, Sonata No. 1 in G Minor for Solo Piano, è un brano tutto d’un fiato, composto da tre tempi differenti ma eseguito senza interruzioni.

The 12th Room è il racconto di questo meraviglioso uomo, una vita di successi intervallata da riflessioni tutt’altro che banali.

Come le storie dei suoi studi per la segnaletica stradale del governo inglese:
Il governo inglese mi ha commissionato un lavoro sui cartelli stradali. Allora ho scoperto che ci sono 11 cartelli uguali in tutto il mondo. Li ho presi e li ho usati in rete come le macchie Rorschach e ho chiesto alle persone di dirmi una sensazione lasciando stare la funzione dell’oggetto.

Ecco il cartello di cui vi parlo è quello delle due frecce che divergono. Ovviamente alcuni dicevano che era l’amore che finiva, la separazione, il prendere due strade diverse, altri invece parlavano dell’incapacità di comunicare, cioè del non essere capaci neanche a guardarsi, e molti lo intendevano nel senso culturale, due culture che non sanno, o non vogliono, comunicare nonostante provengano dalla stessa radice: l’essere umano. Altri ci vedevano il volere scappare dalla radici, fuggire dalla famiglia, altri lo vedevano al contrario, come ritornare alle radici. Altri parlavano dello sdoppiamento, del bipolarismo che abbiamo dentro”.

Come l’intermezzo di The Tea Room:

Per gli inglesi il tea è una cosa importantissima. Anzi era. Alle 5 in Inghilterra tutti prendevano il tea, la Regina o il minatore, il Lord o il mendicante prendevano il tea nello stesso momento. E in quel momento erano belli”.

Come le poesie di Emily Dickinson:

La mia poetessa preferita è Emily Dickinson. Emily è per eccellenza la poetessa della stanza: a circa trent’anni ha deciso di chiudersi in una stanza e non uscire più. Lei da una stanza è riuscita a vivere il mondo. Le sue poesie parlano di natura, di politica, di amore, di tutto.

Ho letto tutto di Emily anche le lettere d’amore di un amore che forse non è mai esistito e mi è rimasta una frase e dice così: ‘Il dolce dei tuoi baci e l’amaro delle tue parole’. Benvenuti nella stanza di Emily, la stanza dolce e amara”.

O la malattia:

Ho una stanza che mi è pesantemente antipatica. È una stanza piccola piccola per contenermi e troppo grande per essere percorsa. È una stanza in cui ho imparato ad accettare che ogni tanto ci devo tornare così come ho imparato che è una stanza che mi ha dato tanto perché imparare ad ascoltare insegna che i problemi sono un’opportunità che ci fanno crescere”.

La sua musica è empatia, ricerca continua della giusta nota per quel frangente di vissuto.

Io imparo dalla musica continuamente. La musica è la mia fortuna. La musica ci insegna che i problemi sono sempre un’opportunità per conoscere qualcosa che non conoscevamo, per conoscere noi stessi” afferma Bosso.

Infine un augurio al suo pubblico.

“C’è un modo di dire in italiano “prendere stanza” cioè  afferrare qualcosa in senso bello, in senso assoluto, e veniva usato per la parola libertà. La liberta prende stanza.

Ecco io lo auguro a chiunque che la libertà possa prendere stanza”.

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