C’è una frase che può aiutare a entrare davvero dentro Anatomia Di Uno Schianto Prolungato (EMI): lo schianto sembra imminente, ma continua a rimandarsi.
È il rumore di fondo della contemporaneità secondo Willie Peyote, che nel nuovo disco fotografa un mondo esausto senza trasformarlo in un manifesto apocalittico: piuttosto, in una lunga crepa che resta aperta.
Il titolo nasce da un ossimoro, ma non è soltanto un gioco linguistico, dentro c’è l’idea di vivere in equilibrio precario, sospesi tra la percezione di un collasso collettivo e la strana capacità del sistema di sopravvivere comunque a sé stesso.
Una sensazione che Willie Peyote traduce in undici tracce lucidissime, dove la critica sociale si intreccia a qualcosa di più intimo: l’età adulta, il tempo che passa, il disincanto che però, non coincide necessariamente con la resa.
Anche visivamente il disco lavora su questa tensione. La copertina, il cratere fotografato nel deserto messicano, sembra il segno lasciato da un’esplosione già avvenuta o forse ancora attesa. Un vuoto gigantesco che diventa metafora perfetta del disco: non l’impatto, ma ciò che resta attorno.
Musicalmente, Anatomia Di Uno Schianto Prolungato, conferma quanto le fondamenta di Willie Peyote siano sempre state solide.
Ascoltando il disco si percepisce una cultura musicale costruita nel tempo, nutrita da ascolti che vanno ben oltre il rap.
Del resto la musica, in casa sua, c’è sempre stata, anche il padre era ed è musicista, con il compianto Rudy Ruzza e Valerio Giambelli hanno fatto parte di quel sottobosco artistico torinese che ha contribuito a formare il suo immaginario sonoro.
Non è un caso se, dopo quindici anni di carriera, il suo rap suoni ancora estremamente umano, leggibile, diretto e soprattutto (per me), comprensibile.
Willie non ha bisogno di rifugiarsi nello slang o nell’ambiguità : ogni parola arriva nitida, senza perdere peso specifico.
Dentro il disco riaffiorano chiaramente anche le sue radici artistiche. Willie Peyote è cresciuto ascoltando Neffa e Frankie HI-NRG MC (la prima canzone imparata a memoria è stata Quelli Che Benpensano).
E qualcosa di quella scuola rimane ancora oggi nel suo modo di scrivere: il rap come osservazione sociale, come racconto urbano, come esercizio di chiarezza.
Nel disco gli ospiti non sono semplici featuring decorativi, ma presenze che ampliano il paesaggio emotivo dei brani.
Noemi accompagna Peyote in Che Caldo Fa A Testaccio, pezzo che trasforma Roma in una cartolina accaldata e malinconica, quasi immobile.
Brunori Sas entra invece in Mi Arrendo, una delle tracce più disarmate dell’album, dove la rinuncia sembra assumere il valore opposto della sconfitta: quello della consapevolezza. Tra i Feat. (fa figo dire così), anche Jekesa in Air B&B e Samuel che lo accompagna dentro a In Cerca Di Uno Schianto.
A fare da ponte ideale tra questo album e il percorso di Willie c’è anche Elegia Sabauda, il documentario diretto da Enrico Bisi.
Non un’operazione celebrativa, ma un ritratto laterale e quotidiano: Torino, gli amici, il calcio (lui grande tifoso del Toro), la musica, le prese di posizione, le contraddizioni.
Un docufilm, che mostra quanto Willie Peyote, abbia sempre cercato un equilibrio difficile tra coerenza personale e industria musicale: non l’artista che costruisce un personaggio, ma uno che continua ostinatamente a restare riconoscibile.
Forse è proprio qui che Anatomia Di Uno Schianto Prolungato trova il suo centro: nella capacità di raccontare il rumore del presente che ci circonda, senza sovraccaricarlo di retorica.
Willie Peyote osserva il caos, ci cammina dentro, ma evita sempre di trasformarlo in slogan.
E in un tempo in cui tutti urlano o usano messaggi criptati, la sua forma di chiarezza finisce per sembrare rivoluzionaria.
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