Il Defrag ha accolto una serata che, senza bisogno di manifesti altisonanti o promesse roboanti, ha ribadito quanto la scena estrema internazionale trovi nella dimensione dei club il luogo più autentico per esprimersi. L’occasione è stata il ritorno in città dei Sinister, storica formazione olandese che continua a scolpire death metal implacabile con ostinazione ferrea. Prima di loro, un doppio assalto: i Graceless in apertura e i Pessimist come supporto diretto, nuovamente sul palco del Defrag a esattamente un anno dalla precedente tappa romana.
L’inizio è stato affidato ai Graceless, gruppo che negli ultimi anni ha conquistato consensi grazie a un linguaggio feroce ma limpido, capace di mescolare brutalità e malinconia con una naturalezza sorprendente. Sin dai primi minuti hanno imposto un clima cupo, in bilico tra furia e solennità, scolpito da riff granitici e da una sezione ritmica che non lascia scampo. Il pubblico, entrato alla spicciolata ma già numeroso, ha accolto la loro proposta con rispetto, più inclinato all’ascolto attento che alla ricerca di un contatto fisico esasperato. Una scelta quasi insolita, se si pensa alle esplosioni di energia che spesso accompagnano esibizioni analoghe. Qui, invece, si percepiva come ciascuno desiderasse immergersi senza distrazioni in ciò che accadeva sul palco.
Il testimone è passato ai Pessimist, accolti con un entusiasmo particolare da chi li aveva già visti nello stesso locale l’anno precedente. Per loro non è stata soltanto un’esibizione, ma una sorta di ritorno a casa, un ricongiungimento con un ambiente che li aveva sostenuti e che ora li ha ritrovati più compatti e affilati. Il loro death metal, oscuro e serrato, ha riempito la sala di un’atmosfera nerissima, quasi rituale. La band si è mossa con sicurezza, inanellando brani che alternavano velocità furiosa e lentezza minacciosa, lasciando emergere una maturità interpretativa che colpisce. Anche qui, la platea ha mantenuto un atteggiamento vigile, concentrato, quasi a voler trattenere ogni dettaglio delle composizioni senza disperderne la forza in movimenti convulsi. Una scelta che ha esaltato la tensione: più silenzio tra un assalto e l’altro significa maggiore impatto quando la musica torna a ruggire.

L’attesa per i Sinister è cresciuta in modo naturale, senza frenesia ma con un palpabile senso di rispetto per una formazione che, da oltre trent’anni, rappresenta un pilastro del death metal europeo. Quando le luci si sono abbassate e il gruppo ha fatto irruzione sul palco, la temperatura emotiva si è alzata di colpo. La loro presenza è rimasta fedele alla tradizione: niente fronzoli, niente spettacolarizzazioni superflue, solo una successione di brani eseguiti con una potenza che non conosce cedimenti. La voce, cavernosa e tagliente; le chitarre, affilate come lame; la batteria, una colata di acciaio che spinge tutto verso l’abisso. È un suono che non concede pause, eppure non è mai confuso: ogni colpo arriva netto, chirurgico, capace di fendere l’aria con autorità.
L’affluenza, pur non traboccante, è stata solida e convinta. Una sala ben riempita, animata da appassionati provenienti da varie zone della città e non solo, molti dei quali si sono ritrovati a condividere l’evento quasi come un appuntamento familiare. Nonostante la natura estrema della proposta, non si è trasformata in una bolgia incontrollata. Pochi accenni di movimento sotto il palco, qualche testa che ondeggiava seguendo le ritmiche più serrate, ma nessun mosh sfrenato né quei momenti di caos che caratterizzano tanti concerti metal recenti nella capitale. La scelta collettiva è stata quella di un’attenzione non passiva, ma una sorta di ascolto concentrato che, paradossalmente, ha amplificato la forza delle esecuzioni. Avere di fronte tre gruppi capaci di mantenere tensione e qualità per l’intera durata della serata ha probabilmente spinto molti a privilegiare l’esperienza musicale rispetto allo sfogo fisico.
Man mano che il set dei Sinister avanzava, la sala sembrava trasformarsi in una cavità sotterranea, attraversata da un’energia cupa e compatta. L’alternanza tra brani più veloci e sezioni più cadenzate ha permesso al concerto di mantenere un ritmo coinvolgente senza mai perdere coerenza. La band ha mostrato una padronanza totale del proprio materiale, suonando con la stessa foga delle prime incarnazioni ma con una precisione frutto di decenni di palco (a tal proposito, ottima e coinvolgente la prova sia di Aad Kloosterwaard ma soprattutto della bassista Alessa Sare). In più occasioni si è avuta la sensazione di assistere a un rito laico, in cui ogni musicista svolgeva un ruolo ben definito, concatenato a quello degli altri da un equilibrio ferreo.
Il pubblico, pur contenuto nei movimenti, ha risposto con calore crescente: applausi, cori, un’onda di riconoscenza che si infrangeva contro il palco dopo ogni brano. La sensazione era quella di un dialogo sottile tra chi suonava e chi ascoltava, una comunicazione meno fisica ma più intensa, in grado di trattenere fino all’ultimo riff un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica.
Quando il concerto è giunto alla sua conclusione, con l’ultimo brano che ha lasciato nell’aria un retrogusto di feroce soddisfazione, la sensazione generale era quella di aver assistito a un evento compatto, coerente e soprattutto autentico. Una serata in cui tre formazioni diverse, ma complementari, hanno saputo intrecciare le loro identità senza sovrapporsi, offrendo uno sguardo ampio sulle molte sfumature dell’estremo.
Il Defrag, ancora una volta, ha dimostrato di essere un punto di riferimento per chi cerca concerti intensi, non addomesticati, vissuti a pochi centimetri dal palco.
E il pubblico ha risposto con maturità, preferendo un coinvolgimento più introspettivo a un’esplosione di adrenalina fine a sé stessa. Una notte di metallo, buio e dedizione, destinata a restare nella memoria degli appassionati presenti.