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Sepultura, a Roma il saluto finale: quarantadue anni di storia condensati in novanta minuti di furia

Report di Fabio Babini
Foto di Tommaso Notarangelo

Ci sono concerti che celebrano un disco, una tournée o una particolare fase artistica. E poi ci sono serate come quella andata in scena all’Eur Social Park, appuntamenti che assumono il sapore di un commiato collettivo, di una pagina che lentamente si chiude davanti agli occhi di chi l’ha vissuta per decenni. I Sepultura sono arrivati a Roma con il loro tour d’addio e, per un’ora e mezza abbondante, hanno trasformato il palco in una macchina del tempo capace di attraversare quarantadue anni di carriera senza mai perdere intensità.

Prima di loro, il compito di scaldare il pubblico è toccato agli Evil Invaders e ai Torture Squad. Due esibizioni energiche e ben accolte che hanno preparato il terreno per quello che tutti aspettavano: l’ultima occasione per vedere dal vivo una delle formazioni più influenti della storia del metal estremo.

L’affluenza è stata più che soddisfacente, con una platea composta da fan di diverse generazioni. C’erano gli irriducibili che seguono il gruppo dagli anni Ottanta, ma anche molti spettatori più giovani, segno evidente di un’eredità artistica che continua a trasmettersi ben oltre il proprio tempo.

Quando le luci si abbassano, l’impressione è immediata: niente fronzoli, niente introduzioni interminabili, nessuna concessione alla nostalgia facile. I Sepultura salgono sul palco con l’atteggiamento di chi ha ancora qualcosa da dimostrare. La scaletta viene affrontata come una corsa senza soste, una lunga scarica di adrenalina costruita con intelligenza, alternando classici intramontabili, gemme meno frequentate e materiale più recente.

La parte centrale del concerto è inevitabilmente dominata dai brani che hanno definito l’identità della band e contribuito a cambiare il volto del metal mondiale. ‘Arise’ conserva una forza devastante anche a distanza di oltre trent’anni dalla pubblicazione; ‘Refuse/Resist’ scatena immediatamente il pogo sotto il palco, mentre ‘Dead Embryonic Cells’ continua a rappresentare uno dei punti più alti dell’intera produzione del gruppo. Ogni riff viene accolto come il ritorno di un vecchio amico, ogni ritornello è cantato da centinaia di voci.

Se ‘Attitude’ mantiene intatto il proprio spirito combattivo, è con ‘Roots Bloody Roots’ che si raggiunge probabilmente il momento di massima partecipazione emotiva. Il brano simbolo del celeberrimo album ‘Roots’, resta una sorta di inno generazionale, capace ancora oggi di mettere d’accordo vecchi appassionati e nuovi ascoltatori.

Tra i passaggi più suggestivi della serata spicca l’esecuzione di ‘Kaiowas’. La celebre composizione percussiva interrompe temporaneamente l’assalto sonoro e crea un’atmosfera quasi rituale: le percussioni diventano il centro della scena, richiamando quelle radici brasiliane che hanno sempre distinto la band brasiliana da qualsiasi altra formazione della scena internazionale. È uno di quei momenti che ricordano come la loro grandezza non sia mai derivata esclusivamente dalla velocità o dall’aggressività, ma anche dalla capacità di contaminare linguaggi differenti.

Non mancano incursioni nelle origini più estreme del gruppo. ‘Inner Self’ e ‘Escape to the Void’ riportano il pubblico agli anni in cui il nome Sepultura iniziava a circolare nell’underground mondiale come sinonimo di brutalità e innovazione. Sono brani che mantengono una carica quasi primordiale e che testimoniano quanto fosse già chiara, allora, la personalità della band.

Naturalmente il tema dell’assenza dei fratelli Cavalera aleggia inevitabilmente sulla serata e sarebbe inutile fingere il contrario: Max e Igor hanno rappresentato una componente fondamentale nella costruzione del mito intorno alla band brasileira e la loro mancanza continua a essere percepibile, soprattutto da chi ha vissuto l’epoca d’oro del gruppo. Allo stesso tempo, però, sarebbe ingeneroso ridurre il concerto a un confronto con il passato. Quella che sale sul palco è una formazione diversa, con un’identità ormai consolidata e una storia autonoma che dura da oltre un quarto di secolo, guidata dalla presenza massiccia – in tutti i sensi – del frontman Derrick Green e della sua ugola al vetriolo. 

In questo contesto emerge con particolare evidenza il lavoro di Andreas Kisser. Il chitarrista, unico vero custode della memoria storica insieme a Paulo Jr., guida il pubblico attraverso il repertorio senza trasformare il concerto in un’operazione nostalgica. Nei pochi momenti di pausa trova il tempo per dialogare con i presenti, ricordare episodi della lunga avventura della band e sottolineare il legame costruito con l’Italia nel corso degli anni. Interventi brevi, mai invasivi, che spezzano il ritmo quel tanto che basta per dare respiro allo spettacolo.

Dal punto di vista sonoro, l’attuale configurazione a una sola chitarra produce un impatto differente rispetto alle incarnazioni storiche. Alcune stratificazioni del passato lasciano spazio a un suono più diretto e asciutto, ma proprio questa scelta finisce per valorizzare altri elementi. Il basso emerge infatti con una presenza impressionante, pulsante e incessante, diventando spesso il vero motore delle composizioni. Le linee basse acquistano una centralità che in passato rimaneva talvolta nascosta sotto la massa sonora complessiva.

Un discorso analogo vale per la batteria. Dopo l’uscita di Eloy Casagrande, molti si interrogavano sulla capacità della band di mantenere lo stesso livello di intensità. Greyson Nekrutman, entrato stabilmente nella formazione da circa due anni, ha fornito una risposta convincente. Il suo stile è diverso da quello del predecessore, ma l’energia e la precisione non mancano. La sua prova si distingue per solidità e dinamismo, contribuendo a mantenere elevata la tensione per tutta la durata dell’esibizione.

Interessante anche lo spazio dedicato al materiale più recente. In molti avrebbero potuto aspettarsi una scaletta esclusivamente celebrativa, costruita attorno ai grandi classici. Invece la band di Belo Horizonte ha scelto di guardare anche avanti, inserendo ben tre brani tratti da ‘Against’, ‘Quadra’ e anche da ‘The Cloud of Unknowing’, il nuovo EP che con ogni probabilità rappresenterà l’ultimo capitolo discografico della loro storia. Le nuove composizioni si integrano sorprendentemente bene con il repertorio storico e dimostrano che, pur avendo annunciato la fine del percorso, il gruppo non ha smesso di cercare nuove soluzioni espressive.

Quando le ultime note si spengono e i musicisti salutano il pubblico, resta una sensazione particolare. Non quella della malinconia, ma piuttosto della gratitudine. Gratitudine verso una formazione che ha contribuito a ridefinire i confini del metal, attraversando epoche, cambi di formazione, trasformazioni stilistiche e mode passeggere senza mai perdere la propria rilevanza.

L’addio dei Sepultura non cancella le discussioni, le divisioni tra i fan o i rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere. Cancella però ogni dubbio sulla loro importanza storica. A Roma è andata in scena l’ultima celebrazione di una band che ha saputo reinventarsi più volte, lasciando un solco profondo nella musica estrema del pianeta.

E mentre il pubblico abbandona lentamente l’Eur Social Park, una certezza rimane: i Sepultura stanno per terminare il loro viaggio, ma il rumore che hanno generato in oltre quattro decenni continuerà ancora a lungo a riecheggiare, anche per le generazioni a venire.

Torture Squad
Evil Invaders
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