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Satriani e Vai cantano il grido delle chitarre nella notte di Umbria Jazz

È cosa nota come Steve Vai, da giovanissimo, sia stato allievo di Joe Satriani (di solo quattro anni più grande). Niente di strano che Vai abbia avuto un maestro, né che Satriani abbia avuto un allievo. La statistica va però in crisi nel momento in cui i due di cui stiamo parlando (oltre ad essere accomunati dall’avere il cognome che ne rivela una più o meno lontana ascendenza italiana) sono due tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi, di quelli per i quali il termine guitar-hero è stato coniato.
Satriani è stato forse il primo ad incidere degli album incentrati sulla chitarra elettrica come “solista” (anziché relegata a occasionali solo all’interno di un insieme nel quale il compito principale di sviluppare la linea melodica era invece affidata ad altri strumenti, in primis la voce) tracciando il solco per più di una generazione di chitarristi dopo di lui.
Vai è un virtuosista come ce ne sono pochissimi, dotato non solo di una tecnica eccezionale (che gli meritò, agli inizi della sua carriera, la scrittura nella formazione di un genio perfezionista come Frank Zappa, oltre che, successivamente, innumerevoli illustri collaborazioni), ma anche di una raffinatissima capacità compositiva (limitandoci ai suoi meriti come musicista senza considerare quelli come produttore).
La SatchVai Band, progetto in sinergia tra i due chitarristi, è nata proprio per celebrare oltre cinquanta anni di cammino musicale percorso, a tratti, insieme. Anche il presente Surfing The Hydra Tour 2025 (nel quale Surfing with the Alien di Satriani si fonde con Teeth of the Hydra di Vai) prende il nome, come quello della formazione, dall’amalgama tra le carriere dei due guitar-hero.
Il concerto, prevedibilmente, ha visto momenti nei quali gli artisti (supportati da Marco Mendoza al basso, Kenny Aronoff alla batteria e Pete Thorn alla chitarra) si sono esibiti separatamente. E già questo sarebbe stato sufficiente a rendere straordinario un evento nel quale è stato possibile ascoltare, in una volta sola, sia Joe Satriani che Steve Vai (la sola Tender Surrender, forse il pezzo più famoso di Vai, meritava da sola il costo del biglietto, del viaggio e anche di qualche pasto), ma è stato il momento in cui i due hanno unito la loro arte a portare il concerto a un livello ancora superiore. Il loro duettare a suon di shred, le complesse architetture sonore eseguite in sincronia perfetta, all’unisono o in completamento reciproco è stato qualcosa di straordinario, l’armonizzazione di Satriani su Vai che “cantava” con la sei corde la sua For the love of God qualcosa di potente e sublime al tempo stesso. E così, in quello che è sembrato un attimo, un lungo e bellissimo attimo in crescendo, il concerto è arrivato al suo epilogo, ma non prima di un richiestissimo encore terminato con una travolgente cover di Born to be wild.

Setlist:
– I Wanna Play My Guitar

– The Sea of Emotion, Pt. 1
– Zeus in Chains
– Little Preety
– Ice Machine (Medley Ice 9/The Crying Machine)
– Flying in a Blue Dream
– Surfing With the Alien
– Sahara
– Tender Surrender
– Teeth of the Hydra
– Satch Boogie
– If I Could Fly
– For the Love of God
– Always With Me, Always With You

– Crowd Chant

– Born to Be Wild
(Steppenwolf)

Ad aprire una nottata avente come centro di gravità la chitarra è stato il musicista californiano (ma dalla sensibilità musicale molto brasiliana) Lee Ritenour, anche lui con alle spalle una carriera di oltre mezzo secolo, nel corso della quale ha collezionato numerosi premi (tra cui un Grammy e diciannove nomination) e molteplici collaborazioni di grandissimo prestigio in generi musicali anche alquanto diversi fra loro.

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