Il Monk accoglie i Raveonettes con una calma quasi sospesa, una di quelle atmosfere che sembrano trattenere il fiato prima dell’impatto. La sala è popolata in modo decoroso, lontana dal pienone che ci si potrebbe aspettare da un ritorno così atteso, ma comunque animata da un pubblico curioso e affezionato, pronto a riabbracciare la coppia danese dopo anni di silenzi, separazioni creative e ritorni improvvisi. Quando Sune Rose Wagner e Sharin Foo salgono sul palco, lo fanno con una compostezza quasi controllata, come se volessero verificare la temperatura emotiva della stanza prima di lasciare scorrere davvero l’elettricità. Un avvio elegante, trattenuto, che mette in mostra il lato più melodico della band, senza però rivelare da subito quel turbine distorto che da sempre definisce il loro immaginario.
I primi brani scorrono così, avvolti in una luce blu inattesa, con i due musicisti concentrati su un equilibrio minimale: chitarre dosate, voce quasi carezzevole, ritmi che procedono in modo ordinato. Ma basta poco perché la diga emotiva inizi a incrinarsi. Da poco prima di metà set in poi, i Raveonettes scelgono di rimettere al centro la propria identità più viscerale, quella fatta di frastuono controllato, armonie eteree e riff che sembrano uscire da una cartolina consumata del 1990, quando lo shoegaze era una religione e non un’etichetta estetica. I volumi salgono in maniera progressiva, quasi a voler dimostrare che la quiete iniziale era solo un’illusione—o forse una cortesia—prima della detonazione vera e propria.
La metamorfosi diventa evidente quando le chitarre cominciano a saturarsi e la sala si riempie di una coltre sonora che abbraccia, schiaccia, ipnotizza. Le melodie rimangono riconoscibili, illuminate come lanterne nel buio, ma vengono trascinate dentro un vortice fatto di feedback, riverberi e battiti pulsanti. È in questo frangente che la band ritrova quell’instabilità luminosa che l’ha resa unica: un continuo oscillare tra dolcezza e fragore, tra canzoni che sembrano ninnenanne velenose e improvvise esplosioni da rock’n’roll senza età. E il pubblico risponde, lasciandosi avvolgere dal contrasto tra la voce morbida di Sharin e le scariche di suono che Sune libera senza più parsimonia.
La scaletta pesca ovunque: qualche gemma dall’ultimo album, brani maturi che mostrano il percorso compiuto negli ultimi anni, e allo stesso tempo incursioni nella loro storia più remota, quando la band costruiva ponti ideali tra minimalismo, noir e romanticismo elettrico. La scelta funziona, perché l’altalena tra generazioni di canzoni crea una traiettoria coerente, un viaggio che non concede mai prevedibilità. Ogni passaggio ha una sua densità emotiva, e la sala sembra rispondere con gratitudine, accompagnando i ritornelli, oscillando al ritmo di quei pattern ritmici che sembrano scolpiti nella memoria collettiva degli ascoltatori.
Il momento più sorprendente arriva con le due cover inserite con naturalezza nella parte finale. Prima una ‘Venus in Furs’ immaginata come un incubo rallentato, una versione che non tradisce l’aura perversa dei Velvet Underground ma la trasporta in un territorio ancora più allucinato, fatto di distorsioni liquide e ombre tremolanti. È un omaggio calibrato, che non scimmiotta l’originale ma lo assorbe nella sensibilità della band, trasformandolo in un rito oscuro e irresistibile. Poi, come ultimo colpo di scena, l’esecuzione di ‘I Wanna Be Adored’ degli Stone Roses, proiettata in un clima quasi rituale: il brano diventa un saluto collettivo alla memoria di Mani (al secolo Gary Mounfield), lo storico bassista mancuniano scomparso da poche settimane. Il pubblico coglie immediatamente la dedica, e la sala si trasforma in un unico coro, mentre la melodia prende vita dentro un muro di suono che vibra di malinconia e gratitudine.
La chiusura lascia una sensazione di appagamento lieve ma al contempo profondo: i Raveonettes hanno attraversato con naturalezza un percorso emotivo che va dalla sobrietà alla catarsi, dimostrando ancora una volta quanto sia personale il loro linguaggio, pur restando radicato in tradizioni che spaziano dall’art-rock alla cultura shoegaze. Al Monk non hanno semplicemente suonato: hanno scolpito un clima, una scenografia emozionale fatta di contrasti, memorie e detonazioni controllate. E in una serata in cui bastava davvero poco per scegliere la via più semplice, il duo danese ha preferito lasciare che la musica si espandesse in tutta la sua potenza, fino a diventare un’esperienza totalizzante. Chi era presente lo sa bene: quando i Raveonettes decidono di alzare il volume, non c’è nostalgia che tenga, solo un’onda che travolge e trasforma.