Foto live Torino Fabio Arboit
Il Monk, uno dei locali più noti per la scena alternativa della capitale, ha ospitato ieri sera un evento che ha attirato numerosi appassionati della musica più innovativa e suggestiva. A salire sul palco sono stati i Mùm, la band islandese che ha saputo portare nel panorama musicale un mix unico di elettronica, indietronica e atmosfere eteree sin dai primi anni 2000. Tuttavia, quella che si è svolta la sera del concerto non è stata una performance “standard” della band, e chi si aspettava il consueto wall of sound digitale, fatto di sample e synth liquidi, si è trovato davanti una dimensione inedita, affascinante e totalmente coinvolgente.
I Mùm, storicamente noti per il loro approccio etereo e digitale, si sono presentati al Monk con una formazione decisamente più “rock” rispetto al loro passato. Per l’occasione, il gruppo ha scelto di avvalersi di una strumentazione classica: chitarra elettrica, basso e batteria, strumenti che avrebbero potuto suggerire una virata più tradizionale nel loro sound. Ma ben presto è stato chiaro che l’uso di questi strumenti non significava un ritorno alla linearità del rock, bensì un ulteriore modo per esplorare nuove dimensioni sonore, per sovrapporre trame armoniche e timbriche che hanno sempre contraddistinto la band.
Le prime note del concerto, timide e sospese, sono state accompagnate da un suono caldo e corposo che ha subito evocato l’idea di un paesaggio sonoro lontano e avvolgente. Un’introduzione che sembrava condurre lo spettatore in un viaggio, non solo fisico, ma anche interiore. La chitarra, pulita e delicata, si intrecciava con il basso profondo e le pulsazioni morbide della batteria, creando un’atmosfera che trasportava chi ascoltava in un altrove quasi mistico. Era evidente, da subito, che la band non avrebbe ripercorso le vie del passato, ma avrebbe cercato di superare se stessa, reinventando il proprio suono in tempo reale.
Non è passato molto prima che la melodica, uno strumento solitamente bistrattato, facesse capolino tra i brani, dando un tocco esotico e quasi da fiaba alla performance. Quella melodica, tanto caratteristica delle loro composizioni più intime, si è trasformata in un elemento che, più che decorativo, sembrava fondersi con il resto della band in una dimensione liquida, quasi onirica. La sua linea, composta da poche note evocative, rimandava inevitabilmente alla tradizione del dub (quello più “stravolto” di Adrian Sherwwod, per capirci), quasi un omaggio ad Augustus Pablo, uno dei maestri indiscussi dello strumento.
Nel corso del concerto, la band ha saputo amalgamare diverse anime musicali in un continuo gioco di stratificazioni sonore: se la parte strumentale tendeva a immergersi in un’energia più vivace e rock, le voci — quella di Kristín Anna Valtýsdóttir in particolare — restavano sempre sospese, fragili ma potenti, come un invito ad abbandonarsi alla musica. Le voci, a volte eteree, a volte più intime, venivano sovrapposte, creando impasti vocali che avevano un potere ipnotico e magnetico, rispecchiando perfettamente la complessità delle loro composizioni più recenti.
Un altro aspetto che ha catturato l’attenzione del pubblico è stato il cambiamento del ritmo e dell’andatura in alcuni brani, che spostavano l’attenzione verso atmosfere più lente e dilatate. La band non ha paura di esplorare territori lenti, diluiti, a volte persino ai margini dello slowcore. È stato affascinante vedere come il pubblico, in questi momenti più introspettivi, si sia avvicinato al palco, come se il tempo si fosse fermato, sospeso in una dimensione che trascendeva lo spazio. Le atmosfere che ne sono derivate sono state quelle di un’ombra psichedelica che aleggiava in un presente lontano, di una ricerca interiore che si allontanava da ogni confine convenzionale.
Ciò che emerge chiaramente da questo concerto è la capacità dei Mùm di reinventarsi costantemente. La band non ha paura di spingersi oltre i propri limiti, di esplorare territori musicali inaspettati pur mantenendo sempre la loro identità, quella di un gruppo che ha costruito il proprio linguaggio sulla fusione tra elettronica, folk e atmosfere caleidoscopiche. La dimensione live ha permesso loro di mettere in risalto una sezione ritmica di grande impatto, mentre gli elementi elettronici e le melodie più tradizionali si fondevano con una vitalità che, in studio, spesso è più difficile da cogliere.
L’equilibrio tra il passato e il presente è stato un altro dei tratti distintivi di questo concerto. Se da un lato la band ha voluto rendere omaggio alla propria eredità musicale, dall’altro ha mostrato un volto nuovo, pronto a esplorare con coraggio orizzonti sonori differenti. I brani, pur mantenendo la stessa intensità emotiva di sempre, sono apparsi in una veste più immediata e più concreta, quasi che la band volesse coinvolgere in modo diretto il pubblico, trascinandolo in un viaggio collettivo attraverso le loro visioni sonore.
Il concerto dei Mùm al Monk ha quindi rappresentato una vera e propria rivelazione, sia per chi già conosceva la band sia per chi si è avvicinato per la prima volta alla loro musica. La performance ha messo in evidenza la capacità del gruppo di spingersi oltre le proprie consuete sonorità, pur rimanendo fedele a se stesso. Un percorso che, come ogni grande esperienza musicale, è riuscito a trasformare la dimensione del live in qualcosa di vivo e pulsante, capace di coinvolgere profondamente chiunque avesse deciso di lasciare che la musica parlasse per lui.