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Il viaggio ipnotico di Michael Rother a Roma

All’Auditorium Parco della Musica, in una serata dall’atmosfera sospesa, Michael Rother ha riportato a Roma una parte decisiva della storia del kraut-rock, accompagnato dalla formazione che lo segue nel tour del 2025: Hans Lampe (già nei grandi LA Düsseldorf!) alla batteria elettronica e acustica, Franz Bargmann alla chitarra, oltre a Vittoria Maccabruni, incaricata di sorvegliare un ventaglio di tastiere, sequencer e processori che hanno scolpito il cuore sonoro del live. Un quartetto essenziale, agile, un organismo che respira a un solo ritmo, quello inconfondibile tracciato da Rother con le sue linee di chitarra limpide e sempre vibranti, anche se il simpatico teutonico se n’è rimasto “rintanato” a suonare un po’ nelle retrovie, sempre con un occhio al suo laptop che filtrava le cromature sonore della sua chitarra.

La sala era mezza vuota, ma la relativa scarsità di pubblico non ha intaccato la qualità né la generosità del protagonista, decisamente in forma. Dopo il concerto si è trattenuto a parlare, firmare, chiacchierare con chiunque avesse ancora energia da spendere, senza alcuna posa da leggenda inarrivabile. Un atteggiamento che ha contribuito a rendere l’intera esperienza ancora più preziosa, quasi confidenziale, come se l’evento avesse assunto le dimensioni di una celebrazione privata.

La scelta di aprire con “Karussell”, tratto dal suo debutto solista Flammende Herzen, ha stabilito fin da subito un clima sospeso tra movimento circolare e malinconia luminosa. Quel tema reiterato, affilato e ipnotico, ha preparato la platea a un viaggio che, per gran parte della scaletta, ha ripercorso le tappe fondamentali dei Neu!, il duo fondativo che insieme a Klaus Dinger ha inciso solchi profondi nella musica europea degli anni Settanta. La maggioranza dei brani proveniva proprio dal repertorio di quel progetto seminale, con una puntualizzazione interessante: da Neu! 2 è stata proposta soltanto “Neuschnee”, unico frammento scelto da un disco spesso considerato difforme, in equilibrio instabile tra intuizioni futuristiche e bizzarrie nate sotto pressione.

Molto più ampia, invece, la rappresentanza dell’album d’esordio e soprattutto di Neu! ’75, opera che quest’anno compie mezzo secolo. Rother ha ricordato il cinquantenario non con la retorica tipica dei grandi anniversari, ma con tono quasi incredulo, come quando ci si accorge che una vita intera è trascorsa senza aver davvero percepito il passare dei giorni. Nessuna enfasi, nessun “compleanno” ufficiale: solo la consapevolezza che quelle composizioni, nate in un’epoca che pare lontanissima, continuano a suonare sorprendentemente fresche, moderne, addirittura proiettate in avanti.

In mezzo ai blocchi dedicati ai Neu! si sono inseriti tre episodi degli Harmonia, l’altro gruppo mitologico che Rother condivise con Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius. L’idea di inserire questo materiale nel live è stata una delle scelte più brillanti della serata: melodie cristalline, pulsazioni minimali, improvvisi squarci di luce elettronica che hanno rievocato lo spirito libero delle comunità artistiche di Forst. Quelle pagine, intrecciate alla struttura del concerto con notevole equilibrio, hanno aggiunto una dimensione ulteriore, ampliando la visione complessiva e collegando le varie fasi della carriera dell’artista in un unico flusso continuo.

L’Auditorium, belle proporzioni e luci accurate, non era tuttavia la cornice ideale per questa musica. Lo si è capito subito: seduti, ordinatissimi, quasi trattenuti nelle poltrone, molti spettatori sembravano desiderosi di alzarsi, ondeggiare, lasciarsi trascinare dalle spirali ritmiche. Rother, per sua natura, produce architetture sonore che si gustano meglio in piedi, in movimento, magari con il volume che vibra nelle costole e una certa inclinazione all’abbandono sensoriale…

Invece la sala, pur impeccabile, imponeva un ascolto più composto, più “da teatro” che “da club”, e questo ha inevitabilmente smorzato parte dell’intensità. È possibile che anche il luogo abbia influito sulla bassa affluenza: il nome di Rother è rispettato, perfino venerato da molti cultori, ma rimane percepito da un pubblico di nicchia, abituato senz’altro a contesti diversi.

Nonostante questo, l’esibizione è risultata pienamente riuscita. La band ha suonato con precisione chirurgica ma senza sterilità, mantenendo quel calore sotterraneo che caratterizza le sue produzioni. Le chitarre si intrecciavano in linee pulite, quasi archi luminosi, mentre le percussioni di Lampe fungevano da binario implacabile, quel consueto “motorik” ritmico su cui scorrevano paesaggi sintetici sempre cangianti. Quando arrivavano i brani più celebri dei Neu!, la sala si accendeva di riconoscimento: Hallogallo, Isi, Weissensee, tutti eseguiti con rispetto ma senza musealizzazione, come se il tempo potesse essere piegato e ritrasmesso attraverso nuove prospettive.

Il finale, lungo e avvolgente, ha sigillato un concerto che, pur non travolgente sul piano della partecipazione numerica, ha offerto una qualità altissima e una rara vicinanza tra musicisti e pubblico. Una serata che ha ricordato come l’eredità del kraut-rock non sia un reperto da archiviare, ma un motore ancora attivo, capace di generare energia, stupore e soprattutto movimento interiore. E se l’Auditorium non era forse il terreno più adatto, poco importa: Rother, con la sua serenità disarmante e quel sorriso quasi timido, ha dimostrato ancora una volta che il passato può continuare a vibrare nel presente, purché qualcuno abbia il coraggio di farlo risuonare.

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