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Melvins+Redd Kross all’ Eur Social Park

Testo a cura di Fabio Babini
Foto di Sara Serra

L’Eur Social Park, con la sua atmosfera a metà strada tra la festa di quartiere e il club all’aperto, è stato il teatro perfetto per un evento che ha avuto il sapore di un rituale collettivo, una celebrazione del rock alternativo più autentico, istintivo e fuori dai circuiti mainstream. Il 31 luglio, nella calda estate romana, a dividere il palco sono stati due nomi pesanti della scena americana: Redd Kross e Melvins, band accomunate da radici comuni e da un approccio musicale tanto diverso quanto complementare.

A colpire fin da subito è stata la singolare inversione di ruoli: i Redd Kross hanno aperto la serata, seguiti dai Melvins, in una lineup che sulla carta poteva sembrare anomala ma che, nei fatti, ha funzionato perfettamente, anche per il fatto che ormai da anni condividono il medesimo bassista, ovvero quel gran personaggio di Steven McDonald, che ormai da un decennio suona le quattro-corde anche per i Melvins. È stato come assistere a un’escalation di intensità sonora, da un rock’n’roll scintillante e teatrale a un monolite sonoro granitico, disturbante, eppure magnetico. Un crescendo emotivo e sonico, più che un semplice concerto.

REDD KROSS – Pop, punk e colori saturi

A salire per primi sul palco sono stati quindi i Redd Kross, in piena forma e visibilmente divertiti di trovarsi di fronte a un pubblico caloroso e partecipe. La band dei fratelli McDonald, attiva sin dai primissimi anni ’80, ha messo in scena uno show compatto e coinvolgente, in cui è sembrato di assistere a un omaggio vivente alla storia del rock underground americano. Senza dover per forza attingere a nostalgia o revisionismi, i Redd Kross hanno dimostrato quanto la loro musica resti attuale, fresca, e soprattutto dannatamente suonata bene.

Il loro live è stato un mix di energia punk, melodie power pop e attitudine glam, il tutto condito da una presenza scenica ironica e frizzante. Nessuna sbavatura, nessuna posa forzata: solo una band che, nonostante gli anni e le mode che vanno e vengono, continua a suonare come se fosse ancora affamata. La chiusura con “Linda Blair”, uno dei pezzi più amati della loro discografia, è stata una sorta di sigillo perfetto, mentre l’esplosiva cover dei Beatles (riletta con il loro stile: ironica, scomposta e piena d’amore per la materia originale) ha scaldato ulteriormente un pubblico già rapito.

L’ora netta di concerto è volata via in un attimo, tra chitarre squillanti, cori irresistibili e una sensazione palpabile di gioia condivisa. La loro musica, fatta di riferimenti pop ma con una grinta che non lascia spazio al sentimentalismo, è riuscita a conquistare anche chi forse li conosceva solo di nome, confermando quanto i Redd Kross siano una delle band più sottovalutate — e per questo preziose — della loro generazione.

MELVINS – Peso, rumore e tensione

Se i Redd Kross hanno acceso il palco con una miscela di luci e colori, i Melvins hanno portato con sé l’ombra, la massa e la densità. Nessun compromesso, nessuna concessione all’orecchiabilità o alla forma: il trio di Buzz Osborne, fedele alla propria identità sonora impenetrabile, ha scagliato sul pubblico romano un’ora abbondante di suono compatto, greve, monolitico. E non è un caso che tra i momenti più riconoscibili ci siano stati brani tratti da ‘Houdini’, disco seminale che incarna alla perfezione l’estetica melvinsiana: sludge, noise, hardcore rallentato, metal destrutturato, tutti filtrati attraverso un’attitudine punk radicale.

Il set ha avuto una forza ipnotica, quasi rituale. Sul palco, la figura di King Buzzo, con la sua chioma inconfondibile e l’incedere da sciamano rumorista, ha guidato il gruppo attraverso un viaggio disturbante e potente, a tratti abrasivo, ma sempre affascinante. Non si cerca il consenso nei concerti dei Melvins, ma la resa: chi cede alla loro estetica, ne esce trasfigurato. E a giudicare dagli sguardi del pubblico, molti si sono trovati esattamente lì, al confine tra il disagio e l’estasi.

Non c’è stato spazio per parole superflue o siparietti tra un brano e l’altro: tutto è filato via con coerenza e decisione, come un muro che avanza lentamente e inesorabilmente. I suoni sono stati scolpiti nel cemento — la batteria, il basso, la chitarra — fino a raggiungere un’intensità quasi fisica, una vibrazione condivisa nella carne e non solo nelle orecchie.

L’alternanza tra i due set ha restituito una fotografia precisa di due modi radicali e autentici di intendere il rock: quello dei Redd Kross, colorato, brillante, citazionista e insieme profondamente personale; e quello dei Melvins, cupo, abrasivo, essenziale e assolutamente non mediato. Due approcci diversi, ma mossi da un’urgenza comune: fare musica senza filtri, senza secondi fini, senza paura di risultare “fuori tempo”.

E proprio questa fuoriuscita dal tempo, questo rifiuto del compromesso e della forma preconfezionata, è ciò che ha reso la serata così speciale. In un’epoca musicale in cui la levigatura e la convenienza sembrano dominare, vedere sul palco due band che da oltre quarant’anni continuano a inseguire un’idea personale di suono e identità è non solo raro, ma anche profondamente necessario.

Il pubblico — eterogeneo per età, abbigliamento e livello di coinvolgimento — ha risposto con entusiasmo sincero. Chi era lì per i Melvins ha scoperto (o riscoperto) i Redd Kross con occhi diversi. Chi invece era attratto dal pop viscerale dei fratelli McDonald si è trovato di fronte a una delle esperienze sonore più dure ma appaganti della scena alternativa. Tutti, in qualche modo, sono usciti arricchiti.

Rock vivo, vissuto e testardo

Quella del 31 luglio all’Eur Social Park è stata una di quelle serate che non si dimenticano facilmente. Non per lo spettacolo pirotecnico, non per il numero di presenze, e nemmeno per la quantità di smartphone sollevati in aria. Ma perché si è avuta la sensazione di partecipare a qualcosa di vero: due band sul palco, il suono a tutto volume, un pubblico che ascolta, balla, urla, e si lascia travolgere. Nient’altro.

In un tempo in cui la musica dal vivo rischia sempre più spesso di essere ridotta a prodotto da consumare e archiviare, serate come questa ricordano che il rock non è morto, semplicemente non sta cercando di piacere a tutti.

E per fortuna.

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