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Maurice White, dieci anni senza l’architetto del groove

Il 4 Febbraio 2016, a Los Angeles, si spegneva Maurice White, fondatore e guida degli Earth, Wind & Fire.

Dieci anni dopo, la sua assenza continua a pesare, mentre la sua musica resta sorprendentemente presente: nei club, nei campionamenti, nelle playlist di generazioni che forse non conoscono il suo nome, ma ne riconoscono immediatamente il suono.

Maurice White non è stato solo un frontman. Era un costruttore di visioni: batterista di formazione jazz, autore attento, arrangiatore rigoroso, capace di tenere insieme istinto ritmico e progettualità.

Il suo obiettivo non era seguire un genere, ma crearne uno mobile, aperto, capace di parlare a pubblici diversi senza perdere identità.

Dopo anni travagliati, con scioglimento e rinascita della band con una nuova formazione, con ben 5 album pubblicati, arriva la svolta.

 

 

Shining Star è il manifesto iniziale: una dichiarazione di fiducia, personale e collettiva.
Un brano che dimostra come groove, messaggio e precisione musicale possano convivere senza compromessi.

Con gli Earth, Wind & Fire, Maurice White ha ridefinito l’idea stessa di band popolare.
Il gruppo era pensato come un organismo complesso, dove voci, fiati e ritmi si muovevano con la disciplina di un ensemble jazz e l’impatto emotivo della musica da ballo. Spiritualità, simbolismo africano, spettacolo e arrangiamenti sofisticati diventavano parte di un’unica esperienza.

 

 

Spesso ridotta a inno festoso, September è in realtà un esercizio di equilibrio perfetto: leggerezza solo apparente, struttura solida, un senso del tempo che continua a funzionare a distanza di decenni.

Il merito più grande di Maurice White, è forse questo: aver dimostrato che ambizione artistica e successo popolare non sono mondi incompatibili.
La sua musica non chiedeva di scegliere tra testa e corpo, tra riflessione e movimento. Invitava a tenere tutto insieme.

 

 

Qui in That’s The Way Of The World, emerge la dimensione più consapevole di Maurice White: uno sguardo sul mondo che rifiuta il cinismo, cercando armonia anche nel caos. Una filosofia in forma di canzone.

Ci sarebbero altre decine di canzoni da citare, Boogie Wonderland, Fantasy o Let’s Groove, ma anche i tanti artisti che dai suoni da lui creati hanno preso ispirazione. Provate ad ascoltare Jay-Z o Kendrick Lamar, sono tutti figli di quel genio musicale che era White, così come Mark Ronson, Bruno Mars e in parte Daft Punk e Sun-Ra.

Nel 1994, il morbo di Parkinson lo fece ritirare dalle scene, ma anche da dietro le quinte ha continuato a dedicarsi alla musica fino a quel 4 Febbraio 2016.

A dieci anni dalla sua scomparsa, Maurice White non è solo un nome da ricordare, ma un linguaggio ancora vivo.
Un modo di intendere la musica come energia condivisa, celebrazione e cura.
E forse è proprio questa la sua eredità più forte.

 

 

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