Il Traffic ha ospitato l’edizione 2026 di Masters of Abominations, una serata dedicata al metal estremo italiano che, pur non registrando un’affluenza particolarmente numerosa, ha potuto contare su un pubblico attento e sinceramente partecipe. Una platea raccolta, ma coinvolta, ha seguito con interesse le esibizioni (nell’ordine) dei Vox Inferi, degli Handful Of Hate e dei Necromass, dando vita a un contesto intimo e coerente con la natura dell’evento.
Il locale capitolino ha confermato ancora una volta la propria vocazione per le sonorità più radicali: fin dalle prime fasi della serata l’atmosfera era distesa ma concentrata, priva di dispersioni, con gli spettatori già ben disposti ad ascoltare e a lasciarsi coinvolgere. Un contesto forse meno affollato del solito, ma ideale per apprezzare nel dettaglio le singole esibizioni.
Ad aprire le danze sono stati i Vox Inferi, chiamati a rompere il ghiaccio davanti a una platea già attenta. La band ha proposto un set compatto e convincente, fatto di brani diretti, riff affilati e una buona gestione delle dinamiche, anche se ancora un filo acerbi. Pur muovendosi all’interno di coordinate riconoscibili, il gruppo ha mostrato personalità e una discreta cura negli arrangiamenti, riuscendo a catturare l’attenzione senza forzature. L’accoglienza è stata positiva e sincera, segno che il progetto sta trovando una propria collocazione.
Ovviamente la serata entra nel vivo con l’ingresso degli Handful Of Hate, accolti con un trasporto immediato da parte del pubblico, che sotto al palco si è fatto più compatto e reattivo. Fin dalle prime battute, la band ha imposto un impatto sonoro frontale e deciso, costruito su una concezione del black metal che guarda apertamente alla scuola svedese degli anni Novanta. Le accelerazioni, le trame di chitarra e l’impostazione ritmica richiamano infatti l’eredità di realtà come Marduk e Dark Funeral, senza però scadere nella semplice citazione.
Ciò che colpisce nella prova degli Handful Of Hate è il modo in cui queste influenze vengono rielaborate attraverso una scrittura personale e riconoscibile. Il loro assalto sonoro è feroce, ma mai caotico: ogni passaggio appare controllato, ogni cambio di tempo è gestito con precisione, mantenendo un equilibrio notevole tra rigore tecnico ed esplosività istintiva. È proprio questo bilanciamento a rendere il set particolarmente efficace dal vivo, evitando l’effetto di saturazione che spesso accompagna esibizioni troppo votate alla sola velocità.
I brani tratti dal nuovo ‘Soulless Abominations’, ottavo album della band, si sono inseriti con naturalezza all’interno della scaletta, mostrando una continuità stilistica evidente. Dal palco emergono strutture più articolate, una maggiore attenzione alle dinamiche e un uso calibrato della violenza sonora, che non perde in intensità ma acquista profondità. L’esecuzione è risultata solida e coinvolgente, sostenuta da una sezione ritmica compatta e da chitarre capaci di alternare gelo e aggressione pura, mentre la voce ha mantenuto un registro abrasivo e dominante per tutta la durata del set.
Dopo una prova così intensa, il testimone è passato ai Necromass, che hanno riportato l’attenzione su una dimensione differente del metal estremo, più legata alla sua componente rituale e alle radici storiche del genere. Il loro ingresso ha segnato un cambio netto di atmosfera, meno votato all’impatto immediato e più concentrato sulla costruzione di un immaginario sonoro coerente e riconoscibile.
Dal vivo, i brani dei Necromass conservano una forte identità e rimangono ampiamente distinguibili anche nei passaggi più complessi dal punto di vista tecnico. Le strutture articolate, i rallentamenti improvvisi e le variazioni ritmiche – complice anche l’irrefrenabile basso di Ain Soph Aour (al secolo Leonardo Fabbri) – non perdono chiarezza, dimostrando una padronanza assoluta del proprio repertorio. È evidente come la band abbia lavorato nel tempo su una resa live che privilegia l’essenza dei pezzi, piuttosto che una loro riproduzione sterile.
Va detto che il suono dal vivo, per sua natura, non può – e forse non deve – tentare di replicare fedelmente le atmosfere uniche dei due storici album dei primi anni Novanta. Quelle sensazioni, profondamente legate a produzioni, contesti e momenti specifici, appartengono a un’altra dimensione. In sede live, i Necromass scelgono invece di puntare su un impatto più diretto e fisico, rinunciando a parte della stratificazione atmosferica in favore di una resa più asciutta e concreta.
Questa scelta non penalizza l’esibizione, anzi ne rafforza la coerenza. Le chitarre mantengono un timbro ruvido e penetrante, la sezione ritmica sostiene l’insieme con sicurezza e la voce guida il flusso con un’impostazione aspra e solenne. Il risultato è una performance intensa e credibile, che non vive di nostalgia ma di continuità, confermando il valore di una band capace di restare fedele a se stessa anche a distanza di decenni.