Una sala gremita, luci soffuse, paesaggi in dissolvenza sullo sfondo. Al Monk di Roma, Gianni Maroccolo e Hugo Race portano dal vivo l’intensità profonda e sospesa di The Vigil, disco collaborativo uscito nel 2025 e già destinato a diventare una piccola opera di culto.
Quando due musicisti come Race e Maroccolo si incontrano, non è mai un semplice concerto. È piuttosto un’esperienza. Una liturgia sonora che prende forma sul palco e si riversa nella platea, avvolgendola come una nebbia lenta e inesorabile. E così è stato anche il 16 ottobre a Roma, dove i due artisti hanno presentato dal vivo The Vigil davanti a un pubblico partecipe e attento, con tutti i posti a sedere occupati, immersi nel buio rarefatto della sala del Monk, illuminata solo da tenui riflessi.
Ad accompagnarli, un terzo musicista sul palco (Andrea Pelosini alla batteria, tastiere e manipolazioni elettroniche), mentre in sottofondo si alternano campionamenti di voci spoken word – memorie, visioni, confessioni – che sembrano provenire da una dimensione altra, e video proiettati sul fondale: paesaggi desolati, cieli plumbei, acque immobili. Visioni senza tempo che richiamano l’immaginario del disco e ne amplificano la portata evocativa.
Una veglia tra luce e oscurità
Il progetto The Vigil nasce da un’idea narrativa potente: una città isolata da un blackout totale, un gruppo di sopravvissuti che si rifugia in un municipio abbandonato e, privati di ogni notizia dal mondo esterno, si raccontano storie per sopravvivere all’oscurità, per non impazzire. Un nuovo Decameron, ambientato in un futuro distopico e crepuscolare.
In scena, la musica diventa questo fuoco attorno al quale ci si stringe, cercando rifugio dal vuoto. Maroccolo – monumento della musica alternativa italiana (Litfiba, CCCP, CSI) – sfoggia il suo basso dalle molteplici cromature con una precisione chirurgica e un’intensità visionaria. Hugo Race – voce oscura del blues psichedelico e del post-punk internazionale, già nei Bad Seeds e leader di progetti come The True Spirit – dà corpo e anima alla narrazione con il suo timbro cavernoso, sussurrato, mai urlato, sempre immerso in una profonda interiorità.
Il concerto è un flusso continuo, senza interruzioni né saluti, quasi a voler mantenere intatta la sospensione che l’album evoca. Ogni brano è una tappa, un racconto notturno che si apre e si richiude su sé stesso, lasciando nello spettatore la sensazione di essere stato trasportato altrove.
The Vigil dal vivo: un rito laico
I brani di The Vigil si susseguono come una messa laica. La title track, che apre il disco e la performance, è un ingresso solenne in questa veglia condivisa: “Never surrender (…) waiting for a miracle to come”, canta Race con voce spettrale. È una preghiera laica per tempi incerti, una richiesta di rimanere svegli, presenti, anche quando la speranza vacilla.
Non è un concerto che cerca l’applauso facile o la partecipazione diretta. È un’opera pensata per essere ascoltata più che vissuta fisicamente, un atto di resistenza emotiva che si svolge tutto in sottrazione. Nessun crescendo liberatorio, nessuna esplosione sonora: solo stratificazioni di suono e parola, echi lontani, risonanze ambientali.
A rendere tutto ancora più potente è la sinergia tra musica e immagini: le proiezioni video, firmate dallo stesso team visivo del disco, creano una sorta di paesaggio mentale in cui lo spettatore può perdersi. Acque stagnanti, boschi in controluce, montagne immerse nella foschia: elementi naturali che parlano di isolamento, di resistenza, ma anche di una bellezza fragile e struggente.
L’estetica del crepuscolo
Uno dei meriti maggiori di questo progetto – e del suo live – è la capacità di restituire un’estetica coerente e potente. The Vigil non è un disco, ma un’esperienza artistica a tutto tondo: dalle sonorità cupe e dilatate alle immagini che le accompagnano, dai testi carichi di simbologie all’ambientazione concettuale che funge da impalcatura narrativa.
Il live al Monk restituisce tutto questo con fedeltà e forza. E riesce anche a valorizzare la componente performativa in modo discreto ma efficace. Non c’è teatralità, né posture rock. C’è solo una presenza magnetica e minimale, una concentrazione totale che coinvolge anche il pubblico, attento e silenzioso fino all’ultima nota.
È un concerto che chiede ascolto, pazienza, immersione. E che ripaga con una bellezza rara, fatta di attimi, riverberi e silenzi. In un panorama musicale sempre più votato all’immediatezza e alla superficie, la proposta di Race e Maroccolo è un atto di coraggio e coerenza.
Un’opera che sfida il tempo
Registrato tra il 2020 e il 2023 tra Italia e Australia, l’album è stato prodotto dagli stessi autori e arricchito da collaboratori d’eccezione: Antonio Aiazzi (organo, synth), Nicola Baronti (elettronica, percussioni), il già citato Andrea Pelosini (batteria), con il missaggio di Niccolò Mazzantini. Pubblicato da Peer Music & Ala Bianca Group e distribuito da Audioglobe, il disco ha una veste grafica curata, dominata da immagini del Lago di Massaciuccoli, scattate nei pressi del PFMA (Puccini Floating Music Academy), uno degli studi di registrazione usati.
Ma il punto non è solo dove e come è stato registrato. Il punto è cosa racconta, e come lo fa. The Vigil è un’opera che riflette sul collasso, sull’isolamento, sull’attesa. Ma lo fa con una poetica profonda, che non rinuncia alla speranza, anche quando si mostra appena accennata.
Conclusione: una notte che lascia il segno
Il live romano di Gianni Maroccolo e Hugo Race è stato molto più di un concerto: una veglia condivisa nel segno della bellezza e della profondità. Un momento raro, che ha messo in pausa il tempo per esplorare una zona liminale tra suono e visione, tra parola e paesaggio. Un rito sonoro per anime in ascolto.
Nel buio tenue della sala, i volti del pubblico sembravano immobili, assorti. Nessuno si alzava, nessuno parlava. Solo, si ascoltava. Come attorno a un fuoco, aspettando che la notte finisse. Perché in fondo, come suggerisce The Vigil, restare svegli è l’unica forma possibile di resistenza.