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Tra classica e jazz: i mondi interiori di Ettore Carucci

Pianista e compositore italiano tra i più sensibili della scena jazz nostrana, Ettore Carucci ha costruito negli anni un percorso musicale profondamente personale, in cui lirismo, introspezione e libertà improvvisativa convivono con un forte senso della forma. Attivo da tempo anche sulla scena internazionale, Carucci si è distinto per un linguaggio pianistico elegante e narrativo, capace di muoversi con naturalezza tra tradizione jazzistica e suggestioni della musica classica.

Il suo nuovo album, MY INNER WORLDS, si colloca proprio all’incrocio tra questi due universi sonori. Il progetto nasce infatti come una rilettura personale di alcune celebri pagine della musica classica — da Bach a Debussy, passando per Chopin — che Carucci affronta con rispetto e sensibilità, ma anche con la libertà espressiva propria del linguaggio jazz. Le composizioni originali dei grandi maestri diventano così un terreno fertile per un dialogo creativo: il pianista si districa dalle strette maglie dello spartito per abbandonarsi a momenti di improvvisazione, senza però mai snaturare l’identità melodica e la struttura armonica dei brani.

Il risultato è un percorso musicale che conserva la profondità emotiva e la raffinatezza dei modelli classici, ma li rilegge attraverso un gesto interpretativo contemporaneo e personale. Il pianoforte diventa così uno spazio di esplorazione interiore — proprio come suggerisce il titolo dell’album — dove memoria, tradizione e immaginazione si incontrano e si trasformano in un racconto sonoro intimo e coinvolgente.

Abbiamo incontrato Ettore Carucci per parlare del nuovo album, del rapporto tra improvvisazione e scrittura e di come il dialogo con i grandi compositori del passato possa diventare, oggi, una nuova occasione di libertà creativa.

Ettore, il tuo nuovo album ‘MY INNER WORLDS, uscito per Tosky Records, nasce dall’idea di rileggere in chiave jazzistica alcuni classici della musica colta. Quando e come è maturata questa esigenza artistica?

Fin da quando ero uno studente di pianoforte classico all’età di circa 20 /25 anni, quasi a metà del mio percorso accademico, amavo cambiare e ritoccare con rispetto le melodie dei grandi musicisti come BACH, CHOPIN, RAVEL, DEBUSSY, devo dire soprattutto BACH. Dopo 10 anni di piano classico e dopo aver terminato i miei studi, in contemporanea con lo studio del jazz, ho sentito di dover sperimentare un mondo parallelo – la musica classica ed il jazz- contemporaneamente, che dopo tanti anni è diventato il progetto MY INNER WORLDS

Nel disco affronti pagine molto celebri del repertorio classico: come hai lavorato per mantenere riconoscibile il tema originale, ma allo stesso tempo renderlo terreno fertile per l’improvvisazione?

Parto sempre, su alcuni brani, dall’idea dell’autore, e poi cerco di inserire delle idee simili ma totalmente improvvisate, talvolta lasciando la parte armonica dell’originale, per poi via via cambiare anche quella, sempre con lo stesso stile dell’autore.

Il titolo ‘MY INNER WORLDS suggerisce una dimensione intima e personale. In che modo queste riletture rappresentano una sorta di “parola interiore” o di autoritratto musicale?

Per me rappresenta un mio spazio di identità, cerco di assorbire attraverso la mia sensibilità e la mia esperienza una forma di linguaggio personale. Ogni interpretazione in questo progetto esprime la mia visione del mondo musicale nel quale mi sono formato.

Tra i brani spicca Children’s Song No. 10 di Chick Corea: cosa ti lega a questo pezzo e come si inserisce nel dialogo tra classica e jazz che attraversa l’album? Tra l’altro, ascoltandoti dal vivo, l’influenza di Corea nel tuo modo di suonare mi è sembrata palese, tanto da farmi venire in mente i suoi dischi per solo piano usciti per ECM…

Le Children’s Song di Chick Corea vennero scritte se non erro tra gli anni 70’ e gli anni 80’, Corea scrisse queste songs, io ho scelto la n.10, proprio per catturare la semplicità dell’infanzia… Ma dietro questa apparente semplicità si cela una ricerca di purezza del suono proprio come fa la musica classica, io ho cercato di unire il modo di suonare di Corea con il mondo della musica classica del 900’ una sorta di rilettura alla Rachmaninoff dei giorni nostri

Mi lusinga l’accostamento a Chick Corea, grazie! Lui è stato uno dei primi pianisti che ho ascoltato da ragazzo. I suoi schemi musicali geometrici mi hanno sempre affascinato… Per questo è, e continuerà ad essere, per me punto di riferimento musicale. 

Molti dei temi scelti sono estremamente noti al grande pubblico. Ti sei sentito “responsabile” nel rimettere mano a melodie così celebri? Nel confrontarti con autori di epoche e linguaggi così diversi, come cambia il tuo approccio? Ad esempio, che differenze ci sono nel rileggere un brano di Bach, con la sua architettura formale e contrappuntistica, rispetto a una pagina di Claude Debussy, più legata al colore, all’atmosfera e alla suggestione timbrica?

Beh, la responsabilità c’è sempre, io però amo rischiare. Come dicevo prima, cerco sempre di essere il più vicino possibile allo stile di ogni autore, senza però snaturare troppo la visione di musicale individuale. Poi gioca molto il suono tra un compositore ed un altro, quindi Bach più sul contrappunto melodico e ritmico, la cura del suono e le sue armonie invece più su Debussy.

In linea più generale, l’incontro tra Jazz e musica classica (termini che trovo a dir poco limitanti per ambedue i linguaggi, tra l’altro) è da sempre un sentiero scivoloso, dagli esperimenti dell’epoca Third Stream fino alle derive più sinfoniche del progressive-rock dei primi ’70, passando per nomi che a volte quasi diamo per scontati tanta la loro grandezza (Brubeck, Lennie Tristano e Bill Evans), fino a fenomeni conclamati come Keith Jarrett e Brad Mehldau. Nomi che hanno trasceso tipologie di pubblico e di stili, e che senz’altro incontreranno il tuo gusto. Nei solchi del tuo album ci trovo parte di queste influenze, che però sono un filtro per la tua sensibilità, espressa con una visione del tutto personale… 

Ogni musicista ha sempre avuto varie influenze musicali, basti pensare che musicisti del calibro di Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Herbie Hancock. Wayne Shorter e lo stesso Miles, hanno attinto da vari autori del passato della musica classica soprattutto nel periodo fine ‘800 inizi ‘900. Sicuramente anche i pianisti che hai citato prima, sono stati influenzati dalla Musica Classica e sicuramente il loro approccio musicale ha inevitabilmente influenzato me, ma nel disco come nei live esprimo sempre la mia visione musicale personale.

A proposito di Prog… Qualche anno fa, al 48 Hour Film Project, hai ricevuto un premio speciale dedicato a Ian Anderson, e fosti premiato proprio dallo storico leader dei Jethro Tull! Puoi dirmi qualcosa di quell’esperienza?

Un’ esperienza di qualche anno fa, credo nel periodo del Covid, fui premiato da Ian Anderson per la musica di un corto girato da mio figlio Gianmarco che ne è regista, il quale scelse le mie musiche come “Migliori musiche del Festival”. Erano commenti musicali di arrangiamenti per archi e legni, stile musica barocca.

Tornando al nuovo lavoro… In questo progetto hai seguito strutture in qualche modo “definite” dallo spartito, o ti sei lasciato guidare maggiormente dall’istinto? 

Ho realizzato entrambi i due aspetti, su alcuni brani ho seguito la loro struttura così com’era, cambiando il senso delle note e un pò la parte armonica, per altri brani ho iniziato solo l’idea e poi mi sono lasciato guidare dal mio istinto.

Alla presentazione del disco alla Casa del Jazz hai proposto questi brani dal vivo: che differenza hai avvertito tra la dimensione in studio e quella concertistica? Dal vivo, ho notato inevitabilmente una maggiore libertà in sede di improvvisazione, con un estro che comunque non andava a schiacciare la materia classica originaria. Soprattutto ‘Uncertain’ – la tua rilettura di Scriabin – l’ho trovata eccezionale, densa di un’energia “Jarrettiana” invidiabile.

Non ho trovato differenze, anche perché il disco è stato registrato totalmente live senza pubblico. Nel disco però hai meno libertà perché devi rientrare nei tempi della registrazione, mentre con un pubblico che ascolta la performance puoi anche permetterti di rischiare, lasciandoti andare di più su percorsi musicali un po’ più ardui.

In quell’occasione è stato ospite anche Giorgio Rosciglione, che ha suonato pure sull’album. Com’è nato il vostro sodalizio artistico e cosa ha portato il suo contributo al progetto?

L’incontro con Giorgio nasce 10 anni fa, su diversi palchi di jazz club romani. Quando gli ho proposto di suonare come ospite su un brano del disco “ Sadness” ( dal preludio di Chopin in E minore Op. 28 n.4), lui ha subito accettato, anche perché Giorgio è un punto di riferimento musicale di molti contrabbassisti nella scena romana e non.

Dopo My Inner Worlds, immagini di proseguire lungo questo percorso di contaminazione tra repertorio classico e linguaggio jazz, oppure senti l’esigenza di esplorare territori completamente nuovi, come d’altronde la tua discografia può testimoniare?

Per ora sto pensando ad un mio nuovo disco in trio… Con mie composizioni originali.

 Nella tua carriera hai suonato con una miriade di grandi musicisti, anche molto diversi tra loro: da Sonny Fortune a Javier Girotto, da Robben Ford a Mark Giuliana, passando per tutti i grandi del jazz dello Stivale. C’è un’esperienza o un ricordo specifico a cui sei particolarmente legato?

Ho avuto la fortuna di suonare con molti musicisti d’oltre oceano, anche con musicisti che hanno fatto la storia del jazz, un’intera pagina non basterebbe… ma una esperienza di cui conservo sempre nella memoria è quella di aver condiviso il palco con un musicista che ha contribuito a segnare la storia del jazz, ovvero Benny Golson: la prima volta che mi ascoltò, eravamo sul palco in quartetto, dopo il mio primo solo su “Take the a train”, celebre brano scritto da Duke Ellington, che Golson stimava tantissimo, mi si avvicinò al piano guardando le mie mani…

Dopo aver finito il mio solo, mi strinse la mano davanti al pubblico, in segno apprezzamento della mia performance (ed in quella serata è successo altre due volte) avevo 38 anni e questo ricordo lo porterò sempre con me!

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