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I Mondo Generator infiammano l’Alibi di Roma: Nick Oliveri tra furia desertica e nostalgia elettrica

Testo di Fabio Babini

Roma, Alibi Club – C’è qualcosa di surreale nel guardare una fila che si snoda lungo via di Monte Testaccio come un serpente impaziente, tra chi accende sigarette per ingannare l’attesa, parlando ovviamente di musica, e chi già fischietta riff sotto voce. L’atmosfera, ancor prima di entrare, era quella dei grandi ritorni: un misto di sudore anticipato e devozione. Quando finalmente le porte dell’Alibi si sono aperte, la sensazione era chiara — sarebbe stata una serata di pura, incontaminata energia.

A scaldare gli animi ci hanno pensato i Komatsu, band olandese che ha trasformato l’attesa in un discreto terremoto. Il loro stoner ruvido, sabbioso, spinto da un groove micidiale e chitarre cariche di fuzz, ha frantumato ogni residuo di distrazione. Un live compatto, onesto, privo di pose, con un suono che sembrava provenire direttamente da un deserto metallico. Brani costruiti su riff monolitici, batteria granitica e una voce che sapeva quando graffiare e quando scivolare tra le onde sonore. Non solo un’apertura: una dichiarazione d’intenti. I Komatsu hanno ricordato a tutti che anche a migliaia di chilometri dal Mojave, lo stoner può fiorire e bruciare allo stesso tempo. E la t-shirt dei Bongzilla sfoggiata dal chitarrista, non poteva che essere il miglior biglietto da visita.

Poi, quando il trio di Nick Oliveri ha fatto ingresso, il locale ha tremato per davvero. Nessuna scenografia, nessuna teatralità di troppo: solo tre strumenti, sudore e volume. Oliveri, magro, tatuato e in forma smagliante, ha impugnato il basso come un’arma affilata, scatenando un’ora e mezza di detonazioni sonore. Accanto a lui, la sezione ritmica – precisa ma furiosa – ha retto l’urto di un set che oscillava tra la furia punk e l’ipnosi sabbiosa del deserto californiano.

Fin dai primi minuti, la connessione con il pubblico è stata totale. La platea, stipata e scalmanata, ha risposto con urla, poghi improvvisi e una dedizione quasi religiosa. Sotto palco, un mare di teste oscillava in sincrono, un rito collettivo dove ogni colpo di rullante trovava un’eco nelle vertebre di chi ascoltava. Oliveri, divertito e complice, ha interagito con i fan come un vecchio amico di ritorno: battute, sguardi, grida di risposta, piccole provocazioni. Ogni canzone diventava una chiamata e risposta, un contatto diretto, senza mediazioni.

La scaletta è stata un viaggio tra passato e presente, una cronologia personale raccontata con rabbia e affetto. Accanto ai brani più feroci dei Mondo Generator, Oliveri ha regalato momenti da brividi pescando nel repertorio che ha definito la sua carriera. Dal tempo dei Kyuss, monumentali ‘Supa Scoopa and Mighty Scoop’, ‘Green Machine’ e ‘Love Has Passed Me By’ hanno fatto esplodere la sala in un’onda di nostalgia elettrica, riportando per un attimo Roma nel deserto del Palm Desert Sound. E quando ha attaccato ‘Gonna Leave You’ e soprattutto ‘You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Feel Like a Millionaire’ dei Queens of the Stone Age, il locale si è trasformato in una fornace collettiva: cori a squarciagola, mani in aria, sorrisi increduli.

Il tutto senza mai un momento morto, con buona risposta anche dalla manciata dei brani estratti da ‘Fuck It’, riuscito album di un lustro fa, programmatico sin dal titolo. Ogni brano era un frammento di una storia più ampia — quella di un artista che non ha mai smesso di essere autentico. Oliveri ha mostrato il suo lato più viscerale, ma anche quello più ironico: scherzava, ringraziava, urlava, poi tornava a picchiare il basso con una precisione animalesca. Non c’era separazione tra palco e platea: sembrava che fosse un unico amplificatore, attraversato dallo stesso flusso di energia.

Il suono, denso e avvolgente, riempiva ogni angolo del locale. I riverberi sembravano colpire le pareti e tornare indietro moltiplicati, in un rimbalzo sonoro che rendeva tutto ancora più fisico. Le luci, minimali ma azzeccate, disegnavano sagome quasi spettrali: tre figure che emergevano e scomparivano nel fumo, ad un passo dalla visione lisergica, benché resa densa dall’urgenza del punk. 

Mentre il concerto scivolava verso la conclusione, il pubblico non dava cenni di resa. Ogni richiesta di bis era un ruggito, e anche dopo l’ultimo pezzo, nessuno voleva davvero andarsene. Quando le luci si sono riaccese, il sorriso sulle facce era lo stesso di chi ha assistito a qualcosa di più di un semplice live: una catarsi collettiva, una celebrazione del rumore come linguaggio universale.

In un’epoca dove tanti concerti suonano prevedibili, i Mondo Generator hanno ricordato cosa significa suonare per davvero: senza filtri, senza copioni, senza paura. Una scarica di adrenalina che ha travolto tutto — e tutti. E mentre Roma tornava a dormire, c’era chi, sotto pelle, sentiva ancora vibrare l’eco di quel basso, quella voce, quella furia.

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