C’è una frase che torna spesso parlando di Herbie Hancock: “una leggenda vivente”.
Ma la verità è che con Hancock “vivente” non basta.
A 85 anni compiuti lo scorso 12 Aprile, é attivo, instancabile, curioso.
Gira ancora il mondo con il sorriso di chi ha appena cominciato.
In questi giorni è in Italia con una manciata di concerti, ogni tappa un viaggio lungo più di sessant’anni, senza nostalgia ma con una fame di novità che lo rende unico.
Da Chicago al mondo, senza mai guardarsi indietro.
Herbert Jeffrey Hancock nasce a Chicago nel 1940.
La musica classica è la sua prima lingua: a sette anni suona Mozart con l’orchestra cittadina, e non si direbbe il profilo di un futuro rivoluzionario del jazz.
Ma già da ragazzo ha l’istinto del cercatore: scopre il blues, poi il bebop, poi tutto quello che vibra, scivola, cambia.
Negli anni sessanta entra nel gruppo di Miles Davis, non è solo una tappa di prestigio, ma una esplosione creativa.
Hancock era il più giovane del quintetto, ma il suo pianoforte non si limitava a seguire il maestro.
Proponeva variazioni, spingeva, cambiava le regole del gioco.
Nel 1973 pubblica Head Hunters e, se prima era un nome noto nel jazz (primo album Takin’ Off era uscito nel 1962), da quel momento diventa un’icona anche fuori.
Questo è un disco che suona molto diverso dai precedenti.
Jazz sì, ma mescolato con funk, groove, sintetizzatori e ritmi che parlano anche alla strada, ai giovani, ai corpi.
Chameleon, un viaggio di quasi 16 minuti, è una sintesi perfetta del suo approccio:
muta, si reinventa, ma rimane inconfondibile.
Herbie Hancock non ha mai avuto paura del nuovo.
Negli anni ottanta si butta nell’elettronica pura con Future Shock e il singolo Rockit, che spiazza i puristi ma conquista MTV e il mondo hip-hop.
Non ha strizzato l’occhio alla moda del momento, quella era la sua visione del fenomeno.
Un lavoro questo, che ci fece capire che il jazz poteva dialogare con tutto, se non si ha paura di mettersi in gioco.
In mezzo a tutto questo, Hancock ha trovato anche il tempo per scrivere colonne sonore (memorabile quella per Round Midnight, che gli valse un Oscar), ma anche per portare avanti collaborazioni con artisti di ogni genere.
Da Joni Mitchell a Stevie Wonder, da Chick Corea a Sting.
Ma la sua opera non si ferma al suono.
È ambasciatore dell’UNESCO, promotore dell’International Jazz Day, e presidente dell’Herbie Hancock Institute, che forma giovani musicisti in tutto il mondo.
La musica, per lui, è sempre stata anche uno strumento di comunicazione tra le culture.
Vederlo dal vivo oggi, come in questi giorni in Italia, è un’esperienza che va oltre il concerto.
Sul palco c’è un uomo che non suona la sua storia, la reinventa di volta in volta.
I classici come Cantaloupe Island o Chameleon non sono mai eseguiti uguali.
Ogni nota è un rischio calcolato, un’ipotesi, un salto.
Accanto a lui, giovani musicisti di altissimo livello:
Terence Blanchard alla tromba, Lionel Loueke alla chitarra, James Genus al contrabbasso e Jaylen Petinaud alla batteria.
Il tour partito ieri sera da Perugia, approda oggi 14 Luglio a Roma (Cavea Auditorium Parco Della Musica Ennio Morricone), poi si sposterà a Udine (Udine Jazz, 16 Luglio), Bergamo (Bergamo Jazz Estate, 18 Luglio) e Napoli (Base Ex Nato, 21 luglio).
In un’epoca in cui molti grandi nomi si limitano a ripetere se stessi, Herbie Hancock è l’eccezione che conferma che si può invecchiare continuando a sperimentare.
Alla fine, parlare di Herbie Hancock non è solo raccontare la storia di un musicista.
È parlare di uno stile di vita: curioso, dinamico, aperto.
Non si può parlare di un periodo migliore della sua carriera, perché lui non ha mai smesso di cercare il prossimo step.
Il futuro, con Hancock, non è qualcosa che deve arrivare, é qualcosa che si può suonare.
Stasera andrò a vederlo e fotografarlo, domani vi racconto tutto anche con le immagini.