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Gruff Rhys dal vivo nella Chiesa Valdese, tra forme essenziali e paesaggi interiori

Live report: Fabio Babini
Foto: Eliana Giaccheri

La luce, nella Chiesa Valdese capitolina di Via IV Novembre, non illumina soltanto: scolpisce. Filtra dalle navate con discrezione, si posa sulle superfici come un velo cangiante, disegna geometrie silenziose e trasforma lo spazio in un organismo vivo. Per le Church Sessions curate da Unplugged in Monti, l’ambiente sembra ogni volta reinventarsi, ma questa sera il lavoro cromatico delle luci raggiunge una qualità quasi pittorica: tonalità calde che sfumano nel rame, ombre profonde che amplificano il senso di raccoglimento, riflessi che accompagnano il suono invece di sovrastarlo.

In questo scenario sospeso, il pubblico entra in punta di piedi, occupando lo spazio con una presenza attenta, mai invadente. Non è il clamore a definire l’attesa, ma una concentrazione condivisa, come se tutti sapessero di partecipare a qualcosa di intimo. L’aria vibra prima ancora che venga suonata la prima nota.

Ad aprire la serata è Gwenifer Raymond, con un set solista che trasforma la chiesa in una camera di riverbero naturale. Le sue composizioni strumentali si muovono tra raga-folk e tradizione con un approccio avvolgente e al contempo primitivo, evocando suggestioni che rimandano all’universo di John Fahey e Robbie Basho, ma senza mai assumere il tono della citazione. Le corde risuonano come correnti sotterranee: ripetizioni ipnotiche, progressioni minimali, aperture improvvise che si dissolvono nel silenzio. L’effetto è meditativo, quasi rituale, e prepara il terreno con coerenza.

Quando sale sul palco Gruff Rhys, l’allestimento resta ridotto all’osso: una chitarra e una drum machine. Nessuna sovrastruttura, nessun artificio. L’essenzialità diventa linguaggio. Il concerto si apre con brani tratti da ‘Dim Probs’, ultimo capitolo discografico che trova in questa dimensione raccolta una resa particolarmente efficace. Le nuove canzoni respirano nel vuoto architettonico della chiesa, sostenute da ritmi appena accennati e da linee melodiche nitide, capaci di coniugare immediatezza e sottile ironia.

La scaletta si addentra poi nel cuore della produzione solista, con una presenza significativa di brani in gallese: la lingua diventa materia sonora, parte integrante dell’arrangiamento: non semplice veicolo testuale, ma componente ritmica e timbrica. Le parole si intrecciano con la struttura armonica, generando una musicalità che appartiene tanto alla tradizione quanto alla sperimentazione. Il percorso assume così una dimensione quasi narrativa, in cui ogni episodio si collega al successivo con naturale continuità.

Tra i momenti più intensi spiccano Shark Ridden Waters e Bad Friend, autentiche gemme del repertorio: nel primo, la scrittura si apre a un respiro più ampio, con un equilibrio tra leggerezza melodica e sottotesto malinconico, mentre nel secondo, la dimensione più intima emerge con chiarezza, sostenuta da una semplicità apparente che rivela, in realtà, una costruzione accurata. Quale lieve effetto, mai invadente, contribuisce a definire una struttura minimale ma solida, lasciando alla voce e alla chitarra il compito di delineare le sfumature emotive.

Non manca un omaggio al passato con due brani dei suoi Super Furry Animals: Cryndod Yn Dy Lais e Gathering Moss, sottratte di qualsivoglia arrangiamento eppure assolutamente riconoscibili all’istante. In questa configurazione ridotta, le composizioni assumono una veste diversa rispetto alle versioni originali, vengono spogliate fino alla loro essenza, rivelando l’ossatura melodica e la forza strutturale. La resa è sorprendentemente compatta, segno della solidità del materiale di partenza.

Il concerto si sviluppa senza pause superflue, mantenendo un flusso coerente e dinamico. L’alternanza tra brani recenti e pagine storiche crea un dialogo continuo, sottolineando la coerenza di un percorso artistico che, pur attraversando fasi differenti, conserva una chiara identità stilistica.

Il finale è affidato a Gwn Mi Wn, eseguita insieme alla stessa Gwenifer Raymond, che torna sul palco per intrecciare la propria chitarra a quella di Rhys. L’incontro tra i due musicisti gallesi genera una tessitura condivisa, fatta di dialoghi sottili e armonie complementari. La chiusura acquista così una dimensione collettiva, pur restando fedele alla cifra minimale che ha caratterizzato l’intera esibizione.

Gli applausi finali confermano la sintonia tra artista e pubblico. La chiesa, ancora avvolta nei suoi giochi di luce, sembra trattenere l’eco delle ultime note. In una serata dove spazio, colore e suono hanno trovato un equilibrio raro, il concerto di Gruff Rhys si è imposto come un’esperienza immersiva, capace di coniugare rigore e immaginazione, essenzialità e ricchezza espressiva, confermando ancora una volta la sua statura di autore fuori dagli schemi.

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