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Gli Underground Youth al Monk: il fascino algido di una sensualità non esibita

Testo diFabio Babini
Foto di Chiara Lucarelli

Al Monk di Roma gli Underground Youth sono passati quasi in punta di piedi, come è sempre stato nel loro stile. Niente clamore, niente hype costruito a tavolino, nessuna sensazione di “evento imperdibile” che aleggia nell’aria prima ancora che si spengano le luci. Eppure, per chi li segue da tempo o per chi si è lasciato incuriosire da un nome che continua a circolare sottotraccia da oltre un decennio, il concerto aveva il sapore di un appuntamento necessario, di quelli che non promettono rivelazioni ma garantiscono coerenza.

La storia della band di Craig Dyer è ormai nota a chi frequenta certi territori sonori: Manchester, primi anni Dieci, la riscoperta del post-punk come linguaggio di nuovo spendibile, tra revival più o meno consapevoli e derive modaiole. 

Gli Underground Youth, almeno sulla carta, avevano tutte le carte in regola per diventare una band di culto: la città giusta, il momento perfetto, un’estetica riconoscibile e un suono che guardava indietro senza sembrare un semplice esercizio di stile. E invece no. O forse per fortuna.

Non sono mai diventati un nome da maglietta obbligatoria o da playlist trendy, non hanno incarnato una scena né dettato una linea. Sono rimasti ai margini, nei radar di pochi ma fedelissimi estimatori, di quelli che non hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande per giustificare l’ascolto. Una posizione defilata che oggi appare quasi come una scelta, o quantomeno come una conseguenza naturale di un percorso portato avanti senza troppe concessioni.

Dal vivo, al Monk, questa dimensione emerge chiaramente. Gli Underground Youth non sono una band che “spacca” il palco (ma cattura l’occhio per via della duplice presenza femminile, specie la bassista Samira Zahidi), non cercano l’esaltazione collettiva né l’epifania rumorosa. Il loro set scorre compatto, omogeneo, a tratti ipnotico. È una musica che non punta al colpo a effetto, ma alla saturazione graduale dello spazio. Più che conquistare, occupa. Più che incendiare, avvolge.

La voce di Dyer, monocorde e distante, resta un punto fermo attorno a cui tutto ruota. Non guida, non trascina, semmai osserva. Intorno si muovono chitarre che sanno essere abrasive ma anche dilatate, linee ritmiche essenziali, un uso sapiente delle dinamiche che richiama tanto il post-punk più asciutto quanto una psichedelia scura, notturna, mai lisergica in senso classico. È proprio questa capacità di divincolarsi tra generi affini ma non sovrapponibili a rendere gli Underground Youth difficili da incasellare e, forse, meno spendibili in un mercato che ama le etichette chiare.

C’è il battito ossessivo del post-punk, certo, ma c’è anche una tensione psichedelica che non esplode mai del tutto, preferendo restare latente, come una nebbia che si infittisce senza diventare tempesta. Le tinte sono costantemente dark, ma non nel senso caricaturale del termine: piuttosto un’ombra persistente, una penombra emotiva che accompagna ogni brano senza schiacciarlo.

Il pubblico del Monk sembra cogliere questa sfumatura. Non si salta, non si canta a squarciagola. Si ascolta. Si resta fermi, si annuisce, ci si lascia attraversare da un flusso sonoro che non chiede partecipazione attiva ma una disponibilità all’ascolto. È una fruizione quasi intima, nonostante la dimensione del locale, e in questo la band mancuniana rimane coerente fino in fondo: non pretendono più di quanto offrano, non forzano una risposta emotiva che non appartiene loro.

Quando il concerto si avvia alla conclusione, resta una sensazione strana ma piacevole. Non quella dell’entusiasmo travolgente, bensì di un riempimento silenzioso. Come se la musica avesse occupato uno spazio interno, lasciando una traccia discreta ma persistente. È forse questo il loro vero punto di forza dal vivo: non esaltano, non sorprendono, ma sanno accompagnare. Riempiono, appunto, senza sovraccaricare.

In un’epoca in cui anche il rock indipendente tende spesso a inseguire la visibilità, gli Underground Youth continuano a muoversi in una zona grigia, lontana dai riflettori. Non sono mai stati una band di tendenza e probabilmente non lo saranno mai. Ma proprio per questo, serate come quella al Monk assumono un valore particolare: quello di un incontro tra chi cerca ancora nella musica non una bandiera da sventolare, ma un luogo in cui sostare, anche solo per un’ora, senza troppe aspettative. E uscirne, magari, con addosso una sensazione difficile da nominare, discreta ma persistente, come un’eco che continua a risuonare anche una volta tornati nel rumore della città.

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