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Gi Urgehal assaltano il palco del Defrag

 

Ci sono serate che non hanno bisogno di effetti speciali per lasciare il segno: basta un palco basso, luci taglienti e un disco che ha attraversato vent’anni senza perdere un grammo della propria ferocia. È quello che è accaduto al Defrag, dove gli Urgehal hanno fatto tappa con il tour celebrativo dedicato al ventennale di Goatcraft Torment, una delle uscite più rappresentative della loro discografia.

Il locale romano, da sempre rifugio per le sonorità più abrasive dell’underground, si è riempito presto di volti noti della scena estrema capitolina. Nessuna concessione alla mondanità: giubbotti di pelle, sguardi concentrati e quell’attesa silenziosa che precede l’impatto. Ad aprire ci hanno pensato i capitolini Noctisium, inaugurando la serata con un’esibizione senza compromessi, imponendo fin da subito la propria cifra stilistica. Il suono, cupo e penetrante, si è mosso tra intrecci chitarristici taglienti e una sezione ritmica compatta, capace di sostenere continui cambi di dinamica. La performance è stata diretta, viscerale, con una presenza scenica sicura che ha immediatamente catalizzato l’attenzione dei presenti. Un’apertura decisa, che ha fissato l’asticella dell’energia su livelli piuttosto alti.

La serata è poi proseguita con il live dei Prison Of Mirrors da Salerno, che hanno raccolto il testimone mantenendo decisamente vertiginosa la tensione accumulata in apertura. Il loro set, asciutto e incisivo, si è sviluppato attraverso una sequenza serrata di brani, senza pause superflue, puntando tutto su compattezza e impatto.

Il suono, granitico e stratificato, si è retto su riff martellanti e improvvise torsioni ritmiche, capaci di spezzare e ricomporre la struttura dei pezzi con naturalezza. La band ha mostrato sicurezza e coesione, trasmettendo un’energia frontale che ha trovato immediata risposta nel pubblico, sempre più coinvolto tra movimenti sotto palco e headbanging convinti. Un’esibizione solida e determinata, che ha consolidato il clima rovente della serata.

Quando le luci si sono abbassate di nuovo, l’ingresso degli Urgehal è stato accolto da un boato. Nessuna introduzione pomposa: pochi secondi di rumore, poi l’attacco diretto, come una coltellata. Il suono è risultato ruvido ma leggibile, fedele a quella produzione asciutta che caratterizzava Goatcraft Torment all’epoca della sua uscita. La scelta di proporre l’album in modo sostanzialmente integrale ha dato alla performance una struttura precisa, quasi rituale. Brano dopo brano, la scaletta ha seguito l’ossatura del disco, restituendone l’anima blasfema e primordiale.

La chitarra ha macinato tremoli incessanti, sostenuta da una sezione ritmica implacabile. La batteria, martellante e chirurgica, ha mantenuto una tensione costante, mentre il basso ha aggiunto profondità a un impianto sonoro già saturo. La voce, aspra e sferzante, non ha perso intensità, dimostrando quanto il repertorio sia ancora vivo e lontano dall’essere un semplice esercizio nostalgico. Non c’era spazio per pause superflue: tra un pezzo e l’altro, poche parole, giusto il necessario per ringraziare il pubblico romano e ribadire il senso della celebrazione.

Il fascino del suddetto album risiede nella sua capacità di fondere velocità e atmosfera, violenza e costruzione melodica sotterranea. Dal vivo questa dualità è emersa con forza. I passaggi più rapidi hanno scatenato un pogo compatto sotto il palco, mentre le sezioni più cadenzate hanno creato un’onda collettiva di movimento, quasi ipnotica. Nessuna scenografia elaborata, nessun artificiose non il consueto face-painting e uan maschera quasi in stile “supplizziante” della saga cinematografica Hellraiser: solo luce rossa e blu a scolpire le sagome dei musicisti, amplificando quell’estetica scarna che da sempre accompagna la formazione norvegese.

Col passare dei minuti, l’aria si è fatta densa, carica di sudore e distorsione. Il Defrag, con le sue dimensioni raccolte, ha contribuito a rendere tutto più fisico, più vicino. Si aveva la sensazione di assistere non a un semplice concerto, ma a una riaffermazione identitaria: vent’anni dopo, quei brani non suonano come reliquie, bensì come dichiarazioni ancora attuali.

Nel finale, dopo aver attraversato l’intera colonna vertebrale dell’album celebrato, la band ha concesso qualche episodio aggiuntivo tratto da altri capitoli della propria carriera, chiudendo il cerchio e ricordando che la loro storia non si esaurisce in un solo titolo. L’ultimo accordo è rimasto sospeso per qualche istante prima che le luci si riaccendessero, riportando tutti alla realtà.

La tappa romana del tour per il ventennale di GoatcraftTorment si è rivelata un tributo sincero, privo di autocelebrazione sterile. Gli Urgehal hanno dimostrato che certe opere non invecchiano: si trasformano in pietre miliari, capaci di unire generazioni diverse sotto lo stesso vessillo sonoro. E al Defrag, per una sera, quel vessillo ha sventolato alto, tra black’n’roll forsennato, ritmiche cadenzate e devozione sui generis alla fiamma raggelante del metal estremo scandinavo.

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