Live report: Fabio Babini
Foto: Chiara Lucarelli
Al Monk ci sono serate in cui il suono non è solo un elemento dello spettacolo, ma diventa ambiente, pressione atmosferica, quasi una sostanza che si respira. Quella che vede protagonisti i A Place To Bury Strangers rientra senza esitazioni in questa categoria: più che un concerto, un’immersione totale in una massa sonora che non concede vie di fuga.
A preparare il terreno arrivano i Kontravoid, figura ormai ben riconoscibile nell’underground europeo. Il progetto berlinese si presenta con un set che ha poco di decorativo e molto di funzionale: sequencer in primo piano, linee sintetiche taglienti, ritmiche secche e iterative. Il riferimento all’EBM classica è evidente, ma non si tratta di un esercizio nostalgico. Piuttosto, è una rielaborazione compressa e contemporanea, che spinge sull’aspetto fisico del suono, sulla sua capacità di colpire il corpo prima ancora dell’immaginario. I bassi pulsano con una regolarità quasi industriale, mentre le melodie – quando emergono – sono ridotte a frammenti essenziali, più evocazioni che veri e propri temi. Il pubblico reagisce con un coinvolgimento crescente: non è entusiasmo esplosivo, ma una partecipazione progressiva, come se ci si sintonizzasse lentamente su una frequenza comune. È un’apertura coerente, che non cerca scorciatoie ma costruisce un contesto preciso, quasi preparatorio all’urto successivo.
Quando gli A Place To Bury Strangers salgono sul palco, il cambio di intensità è immediato ma non discontinuo: è come se qualcuno avesse semplicemente alzato una manopola già al limite. Il trio newyorkese conferma fin da subito la propria identità sonora, una delle più riconoscibili – e divisive – della scena noise contemporanea. Le chitarre non si limitano a guidare i brani, ma li divorano, trasformandoli in colate di feedback e distorsione. Il basso si muove su traiettorie ipnotiche, reiterate, con un retrogusto che richiama tanto il post-punk quanto certe ossessioni cicliche di matrice krautrock. La batteria, asciutta e quadrata, funziona da asse portante: niente fronzoli, niente variazioni superflue, solo una pulsazione costante che tiene insieme il caos.
Il risultato è un impatto frontale, senza introduzioni né concessioni. Non c’è costruzione graduale, non c’è dinamica nel senso tradizionale del termine: il concerto è un blocco unico, un attacco sonoro che inizia e finisce sullo stesso piano di intensità. È qui che emerge la natura più controversa della proposta della band. Il songwriting, spesso ridotto a scheletri minimi, viene deliberatamente messo in secondo piano. Al suo posto, una stratificazione del suono portata all’estremo, quasi “all’arma bianca”: ogni frequenza sembra voler occupare tutto lo spazio disponibile, generando una saturazione costante, un muro che non lascia filtrare quasi nulla.
Questa scelta funziona, almeno in parte, perché è coerente e radicale. C’è una volontà precisa di spostare l’attenzione dall’idea di canzone a quella di esperienza sensoriale. E in effetti, nei momenti migliori, il concerto riesce a trasformarsi in qualcosa di ipnotico, quasi trance-inducente, dove la ripetizione diventa linguaggio e il rumore una forma di comunicazione diretta.
Tuttavia, sul lungo periodo, l’assenza di variazioni finisce per pesare. Senza cambi di dinamica, senza aperture o contrasti, anche l’intensità più estrema rischia di diventare uniforme. Alcuni passaggi scorrono senza lasciare un segno distinto, inglobati in un flusso continuo che rende difficile orientarsi. Non è tanto una questione di durata, quanto di sviluppo: l’impressione è quella di un set che sceglie consapevolmente di non evolvere, di rimanere ancorato a un’unica idea portata fino alle sue conseguenze più estreme.
A rompere – almeno parzialmente – questa staticità interviene la componente performativa. Come da loro abitudine, gli A Place To Bury Strangers scendono dal palco e si immergono tra il pubblico, continuando a suonare circondati dalla folla. È un gesto ormai consolidato, ma non per questo meno efficace. La distanza si annulla, il suono diventa ancora più invasivo, quasi tattile. Le reazioni sono positive: c’è curiosità, partecipazione, anche un certo entusiasmo nel trovarsi dentro – letteralmente – al cuore della performance. In quel momento, più che in altri, il concerto acquista una dimensione collettiva, condivisa, che va oltre la semplice esecuzione.
Questa scelta, però, contribuisce anche a definire ulteriormente l’equilibrio (o lo squilibrio) del set. La componente più elettronica e wave, che pure fa parte del linguaggio della band, resta sullo sfondo, sacrificata in favore di una ricerca quasi ossessiva del volume e della saturazione. Il suono diventa un ronzio continuo, profondo, qualcosa che richiama più il meccanismo preciso di una macchina che l’energia spontanea di quello che in fondo ancora chiamiamo rock. Un reattore acceso, più che una band in concerto.
Alla fine, ciò che resta è una sensazione fisica prima ancora che musicale: orecchie affaticate e ronzanti, corpo attraversato dalle vibrazioni, una sorta di stordimento che accompagna l’uscita dal locale. Gli A Place To Bury Strangers confermano la loro capacità di costruire un’esperienza estrema, coerente e riconoscibile, ma anche la difficoltà – forse volutamente ignorata – di articolare maggiormente il proprio linguaggio dal vivo.
È un live che divide, inevitabilmente. C’è chi lo vive come un rito catartico, chi ne percepisce i limiti strutturali. In entrambi i casi, però, resta difficile uscirne indifferenti. E in un panorama spesso prevedibile, anche questo ha un suo peso.