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Eugene Chadbourne ed Everloving: il volto libero della musica americana

Nel raccoglimento austero della Chiesa Metodista di Via Firenze, il doppio concerto di Eugene Chadbourne ed Everloving ha assunto i contorni di un attraversamento sonoro fuori asse, quasi una liturgia laica dedicata alle musiche marginali, alle deviazioni, alle forme di resistenza che ancora sopravvivono nelle pieghe dell’improvvisazione. Non un semplice accostamento di artisti, ma una traiettoria coerente dentro un’idea di suono refrattaria all’ordine, capace di trasformare il concerto in un’esperienza di instabilità percettiva e continua ridefinizione.

Ad aprire la serata è stato Eugene Chadbourne, figura impossibile da irrigidire in una categoria precisa. Da decenni il musicista americano attraversa folk, free jazz, country, noise e satira politica con una libertà assoluta, e dal vivo questa natura errante emerge con una forza ancora più evidente. Seduto al centro dello spazio, circondato dai suoi strumenti, Chadbourne ha costruito una performance fatta di improvvise torsioni narrative e continue fughe laterali.

Con la chitarra elettrica ha disseminato linee spezzate, attriti armonici, frammenti che sembravano sfiorare il blues per poi sabotarlo immediatamente. Il suo tocco sghembo e nervoso evita ogni sviluppo prevedibile: non cerca mai la forma compiuta, preferendo lasciare le frasi sospese, interromperle, contaminarle con rumori, scarti ritmici e deviazioni ironiche. Alcuni passaggi ricordavano una versione deformata del fingerstyle americano, ma trascinata dentro un territorio obliquo, quasi cartoonistico, dove l’assurdo convive con una precisione tecnica impressionante.

Quando imbracciava il banjo, però, il clima mutava radicalmente. La tensione sperimentale lasciava spazio a una dimensione più narrativa, da cantastorie itinerante, senza che venisse meno la sua natura eccentrica. Chadbourne alternava brani folk-blues a monologhi surreali, osservazioni sarcastiche e racconti pronunciati con una voce sorprendentemente magnetica. Non interpretava semplicemente delle canzoni: sembrava evocare un archivio vivente della tradizione rurale americana, filtrandolo attraverso decenni di avanguardia e cultura underground.

Il pubblico oscillava continuamente tra sorriso e piacevole disorientamento. C’era qualcosa di profondamente comunicativo nella sua presenza, anche nei momenti più astratti. La tecnica di fingerpicking emergeva con naturalezza, senza mai trasformarsi in virtuosismo esibito; ogni frase aveva invece l’aria di una deviazione spontanea, di una storia raccontata per immagini sonore più che per strutture codificate. Persino i silenzi sembravano parte integrante della composizione, aperture improvvise dentro un flusso continuamente instabile.

Dopo una breve pausa, il palco si è trasformato nel laboratorio collettivo degli Everloving, ensemble che affronta l’eredità di Henry Flynt senza alcuna intenzione celebrativa o museale. L’impressione immediata era quella di trovarsi davanti a un organismo sonoro compatto, attraversato da una tensione comune più che da individualità in cerca di spazio. Eppure il curriculum dei musicisti coinvolti parla da sé: Jonathan Kane alla batteria, proveniente dalle esperienze con Swans, La Monte Young e Rhys Chatham; David Soldier, collaboratore di John Cale e David Byrne; Jim McHugh e Peter Kerlin provenienti dalla galassia dei Sunwatchers; Meredith McHugh e Peg Simone a completare una formazione estremamente mobile e stratificata.

Fin dai primi minuti il gruppo ha evitato qualsiasi approccio filologico. Piuttosto che riprodurre le intuizioni di Flynt, gli Everloving sembravano usarle come detonatore per generare un linguaggio autonomo, fisico, irregolare. Le cellule ripetitive care alla tradizione minimalista venivano continuamente contaminate da derive rumoristiche, pulsazioni psichedeliche e improvvise aperture blues. Non esisteva un centro stabile: ogni brano procedeva per accumulo, attrazione e collisione.

La batteria di Kane lavorava più sulla trance che sulla scansione ritmica tradizionale. I suoi pattern reiterati producevano una sensazione ipnotica, quasi rituale, sulla quale si innestavano il violino abrasivo di Soldier e la chitarra di McHugh, capace di alternare bordoni ossessivi a rasoiate elettriche improvvise. L’organo introduceva invece un elemento ambiguo, sospeso tra spiritualità e vertigine psichedelica, mentre il basso teneva insieme il magma sonoro con una presenza elastica e profondamente fisica.

Colpiva soprattutto la capacità del gruppo di mantenere una forte dimensione vernacolare dentro strutture apertamente sperimentali. L’eco del blues rurale del Sud degli Stati Uniti riaffiorava continuamente, ma deformata, stirata, trascinata dentro una materia sonora ruvida e contemporanea. È precisamente qui che la lezione di Henry Flynt tornava a farsi viva: non come repertorio da preservare, bensì come dispositivo critico capace di incrinare le gerarchie culturali tra alto e basso, tradizione popolare e avanguardia.

In alcuni momenti il concerto assumeva una dimensione quasi estatica. Le ripetizioni si dilatavano fino a creare un senso di sospensione temporale, mentre le voci, spesso corali, emergevano come richiami lontani dentro una nube di feedback, percussioni e droni. Altrove prevaleva invece una componente ironica e destabilizzante, perfettamente coerente con la radicalità irregolare di Flynt e con la sua attitudine a sabotare ogni forma di istituzionalizzazione artistica.

La sensazione finale era quella di avere assistito non tanto a due set distinti, quanto a due differenti modalità di attraversare l’idea stessa di musica americana laterale. Da una parte Chadbourne, nomade solitario che smonta folk e blues con umorismo anarchico e imprevedibilità costante; dall’altra Everloving, macchina collettiva che trasforma l’eredità flyntiana in una materia viva, conflittuale e pulsante.

Tra le geometrie silenziose della chiesa romana, entrambe le esibizioni hanno trovato un equilibrio singolare tra intimità e disordine, spiritualità e sabotaggio, memoria e mutazione continua. Un concerto che ha rifiutato ogni comfort nostalgico per riaffermare invece la vitalità di una musica ancora capace di mettere in crisi le abitudini dell’ascolto, restituendo al live la sua dimensione più imprevedibile e necessaria.

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