Il Monk al tramonto ha sempre un fascino particolare, ma quando arriva Edda, il locale di via Mirri sembra cambiare pelle. Non siamo nella dimensione serale, quella dei club affollati e dell’attesa febbrile; siamo in una fascia oraria ibrida, in cui la luce filtra ancora attraverso la struttura del giardino, e il pubblico si dispone con una calma apparente che anticipa, senza saperlo, un terremoto emotivo. È in questo clima sospeso – quasi un’anticamera di qualcosa che non si capisce se sarà rivelazione o incidente – che fa il suo ingresso l’artista milanese, pronto a presentare ‘Messe Sporche’, il suo nuovo lavoro, insieme a una manciata di classici “inevitabili”.

Fin dalle prime battute Edda è esattamente ciò che ci si aspetta e contemporaneamente qualcos’altro: un funambolo emotivo, un provocatore gentile, un clown tragico. Entra con l’aria di chi non prende nulla troppo sul serio, nemmeno sé stesso, eppure ogni movimento è carico di un’intensità difficilmente spiegabile. Sembra quasi che il suo solo salire sul palco generi un rumore di fondo emotivo, un campo magnetico che trascina tutto il pubblico dentro un altrove. Qualcuno ride alle sue prime battute scherzose o si mette a seguirlo mentre accenna ‘Gli Occhi di Tua Madre’, per ricordare la dipartita di Sandro Giacobbe, qualcun altro ammira in silenzio, come se temesse di spezzare l’incantesimo.
La serata si apre con “La Diavoletto”, brano di apertura del nuovo disco e già destinato a diventare uno di quei pezzi che vivono una doppia vita: quella su disco, calibrata e nitida, e quella dal vivo, dove tutto traballa ma acquista spessore. La versione proposta al Monk è un manifesto: Edda lo canta come se stesse leggendo un frammento del proprio diario, passandolo attraverso un filtro di ironia nervosa e dolce malinconia. Il pubblico, ancora tiepido, si risveglia di colpo.
Da ‘Messe Sporche’ arrivano complessivamente otto brani. È un disco che dal vivo funziona in modo sorprendente: è istintivo, pieno di piccoli spigoli narrativi, e porta con sé quell’umorismo sghembo che è parte integrante dell’universo di Edda. ‘Dixan’, con il suo titolo che sembra strappato da un supermercato dell’inconscio, vibra di un’energia che non ha bisogno di spiegazioni; ‘Mucca Rossa’ si distende come un flusso emotivo disordinato ma lucidissimo; ‘Family Day’ alterna delicatezza e un’ironia tagliente, trasformando un tema apparentemente innocuo in qualcos’altro, come spesso accade con lui.
Ma ciò che rende la scaletta più ricca del previsto è il fatto che Edda non si limita a promuovere il nuovo disco: preferisce, com’è nella sua natura, viaggiare tra le epoche. Così il concerto diventa una specie di autobiografia cantata, una retrospettiva che parte da ‘Graziosa Utopia’, album amatissimo dal suo pubblico. Edda ne estrae ben quattro brani: ‘Benedicimi’, intima e tormentata; ‘Signora’, che dal vivo assume un ritmo quasi rituale; ‘Spaziale’, con il suo andamento irregolare e fragile; ‘Zigulì’, un pugno nello stomaco che però profuma di zucchero. Ogni pezzo è un piccolo teatro, una messa laica in cui le crepe diventano forme d’arte.
Anche ‘Stavolta Come Mi Ammazzerai?’ trova ampio spazio: ‘Coniglio Rosa’, ‘Dormi e Vieni’, ‘Peter’, ‘Stellina’. Qui l’impatto emotivo raddoppia, perché sono canzoni che toccano nervi scoperti e che, eseguite nella luce morbida del Monk, sembrano quasi più vulnerabili del solito. L’artista meneghino le interpreta come un attore che conosce alla perfezione le sue battute, ma le reinventa ogni volta; non c’è mai routine, non c’è mai automaticità. Ogni nota viene consegnata al pubblico come fosse l’ultima.
Dal primo LP solista ‘Semper Biot’ arrivano due gioielli: ‘Io e Te’ e ‘Organza’. È interessante osservare come, a distanza di anni, questi brani suonino ancora attualissimi nella loro sghemba purezza. La prima, in particolare, ha un andamento quasi confessionale che riesce a scaldare anche gli spettatori più timidi; mentre ‘Organza’, con la sua intensità controllata, crea un momento di sospensione che sembra dilatare il tempo.
Fra un pezzo e l’altro, Edda è un turbine. Parla, scherza, provoca, si prende in giro: è come se costruisse un controcanto alla serietà delle canzoni, un contrappeso giocoso che impedisce alla tensione di implodere. A volte sdrammatizza, altre volte smonta completamente l’atmosfera per poi ricostruirla da zero nel brano successivo. È un modo tutto suo di stare sul palco: istintivo, disarmante, mai uguale. Chi lo segue da anni lo riconosce immediatamente; chi lo vede per la prima volta rimane spiazzato ma affascinato.
La cosa sorprendente è che, nonostante questa apparente leggerezza, il concerto ha un peso emotivo enorme. C’è in Edda un modo di cantare che riesce a essere contemporaneamente disperato e luminoso, come se cercasse un filo di salvezza nei frammenti di disordine che racconta. Il Monk, con la sua atmosfera intima e il pubblico raccolto, amplifica questa sensazione rendendola quasi fisica. Si percepisce un dialogo continuo tra palco e platea, non mediato, non programmato, semplicemente spontaneo.
Quando il live termina, non c’è la sensazione della chiusura, ma piuttosto quella di essere stati dentro una parentesi emotiva, una deviazione necessaria. Non è un concerto “perfetto”, perché la perfezione non appartiene al mondo dell’ex frontman dei Ritmo Tribale; è invece una serata autentica, particolare, intensa, segnata da quell’elettricità emotiva che solo lui sa creare. Un rito storto, una piccola epifania di imperfezione splendida.
L’uscita dal Monk avviene con la stessa luce sospesa con cui il concerto era iniziato. Solo che, adesso, sembra un’altra luce. Un po’ più pesante, un po’ più morbida. Una “messa sporca”, sì, ma purissima nella sua capacità di restare addosso.