Testo di Fabio Babini
Foto di Tommaso Notarangelo
Una serata essenziale, elettrica, eppure intimissima: è stata questa la performance di Bob Mould al Monk, un set rigorosamente solo electric, lui, la sua chitarra sempre distorta e piena d’attitudine, nessuna sezione ritmica a supporto, nessun orpello: solo un uomo e la sua musica, nel senso più puro.
La scelta del locale – intimo, raccolto, immerso in un’atmosfera che somigliava più a un incontro tra fan che a un grande show – ha ben calzato con la proposta: Mould ha camminato per buona parte della scaletta su un filo che univa la sua lunga carriera solista con sprazzi inattesi (per questo contesto) di brani tratti dai suoi trascorsi con Hüsker Dü e Sugar. L’effetto è stato quello di una celebrazione senza fasto, ma con mise a fuoco netta, della sua identità musicale.
“Here We Go Crazy”: il ritorno al caos controllato
L’album ‘Here We Go Crazy’ (uscito a marzo di quest’anno) segna il quindicesimo progetto solista dell’artista di Minneapolis. Registrato negli studi Electrical Audio a Chicago e rifinito a Oakland, è stato pensato come un ritorno – o piuttosto una conferma – del suo approccio: guitar pop diretto, breve, distorto, abrasivo, intenso.
I temi affrontati spaziano dal caos e l’incertezza alla riflessione personale e al desiderio di lucidità, persino di speranza. Nel concerto al Monk, molti brani dell’album sono stati proposti in versione plugged-in, ovvero non acustica: la chitarra rimaneva infatti distorta, potente, a questo Mould classico che ignora la morbidezza folk e abbraccia l’attitudine rock puro.
Una scaletta come autobiografia elettrica
Il set ha spaziato tra il nuovo materiale, nonché un diario di viaggio che ripercorre tappe significative e meno battute della sua discografia solista e alcune chicche tratte dal repertorio Hüsker Dü e Sugar, offrendo un ponte tra epoche diverse ma ugualmente vitali.
Il bilanciamento ha funzionato: i fan di lunga data hanno potuto godersi i classici con la chitarra distorta al massimo, mentre il nuovo materiale ha ricevuto dal vivo una veste che ne ha rafforzato la fisicità e la credibilità.
L’elettricità della solitudine
Ecco il dato che più sorprende: con una strumentazione ridottissima — Bob Mould in piedi a scorrazzare sul palco con la sua chitarra, l’amplificazione e luci sobrie — lo show è risultato tutt’altro che “spoglio”. Anzi: l’essenzialità ha giocato a favore della concentrazione, sia sua che del pubblico, per poi esagitarsi e cantare all’unisono classici come ‘I Apologize’, ‘Too Far Down’, ‘Celebrated Summer’, ‘If I Can’t Change Your Mind’.
La chitarra distorta non ha mai mollato: accordi potenti, riff secchi, assoli brevi ma incisivi. Non una chitarra “acustica” da cantautore, ma la “solista elettrica” di sempre, la voce che ha guidato intere generazioni di alternative rock. I momenti più calmi sono stati pochi, ma ben calibrati: quando Mould ha fatto cadere il volume, quando ha parlato, respirato, dato uno sguardo al pubblico — proprio in quei frangenti la platea è rimasta sospesa, attenta.
E parlare, ha parlato: «Grazie di essere qua», «È bello vedervi dopo tutti questi anni», qualche accenno ai brani e addirittura scusandosi per quanto sta accadendo negli Stati Uniti o per causa loro, ma senza logorroica prolissità. Le parole sono state poche ma sentite, e ogni frase ha rinforzato un legame autentico con il pubblico: quello dei fan storici, come era evidente dalla platea – persone che probabilmente conoscono la sua carriera da decenni e hanno fatto del suo repertorio una colonna sonora.
Anatomia di un pubblico fedele
Come detto, il pubblico era composto in massima parte da fan affezionati: persone che probabilmente hanno vissuto negli anni ’80-’90 il passaggio Hüsker Dü → Sugar → Mould solista, e che continuano a considerarlo un punto fermo. L’età media, percepita, era superiore a quella che si può trovare nei club in generale: perché si trattava di chi ha visto l’evolversi della scena alternative, che ha vissuto l’hardcore punk, il rock indipendente americano, ha seguito anche le svolte più meditative.
Questo dato ha contribuito all’atmosfera: non c’era frenesia selvaggia, ma attenzione, rispetto. Applausi sinceri, ma nessuna distrazione eccessiva: si stava lì per ascoltare, per riconnettersi.
Tempo di bis prima ei saluti, e che bis: due classici senza tempo degli Hüsker dall’incedere tiratissimo, ovvero ‘Something I’ve Learned Today’ e ‘Makes No Sense At All’.
Il locale, il Monk, ha fatto il resto: spazio raccolto, acustica non perfetta ma calda, luci che hanno avvolto il palco senza distrarre. Si respirava una sensazione di comunità: quel tipo di serata in cui il musicista ama essere lì e il pubblico ama esserci, senza troppi fronzoli.