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Bandabardò a Testaccio Estate, cronaca di una festa necessaria

Per vedere la Bandabardò nella capitale, abbiamo dovuto aspettare la fine di Luglio.

Ieri sera la “banda” ha fatto tappa con il Fandango Summer Tour (OTR Live) al Testaccio Estate presso la Città dell’Altra Economia.

Le loro sono serate, che più che concerti, sembrano come dei rimedi antichi, quelli che non si vendono ma si tramandano e che curano anima e mente.

Ieri sera, nel cuore caldo di Testaccio, la Bandabardò ha fatto esattamente questo: ha curato.

Ha rimesso a posto i cocci dell’estate, dei pensieri, delle voci strozzate.

Con allegria, sì, ma anche con rispetto.

Poco dopo le 22, il palco sembrava ancora in attesa, poi appena sono partite le note di Sette Re lo show ha preso vita.

Un colpo di chitarra di Finaz e tutto si è messo in moto: ritmi che ti trascinano, come un brindisi improvviso in mezzo alla folla.

Con lui sul palco c’erano Orla, Don Bachi, Nuto, Pacio, Cantax e Ramon.

Tra loro e il pubblico non c’era barriera, non c’era distanza, solo mani che battevano a tempo, facce sorridenti e le voci che si univano in coro.

La Bandabardò in pista da trent’anni, non si limita a fare un concerto.

Il pubblico che li segue da anni (c’erano almeno tre generazioni davanti al palco), è una vera tribù.

Ieri sera, questa tribù ha avuto anche un cuore in più, quello di Jose Ramon Carballo Armas.

Lo abbiamo visto e apprezzato dal vivo tante volte, al fianco di Daniele Silvestri e anche nella Propaganda Orchestra di Zoro (che era al concerto tra il pubblico).

Ramon, ha portato sul palco quel suo modo di stare in mezzo alla musica con discrezione e fuoco allo stesso tempo.

Lo si è visto ridere, suonare, urlare, dirigere il pubblico e quando ha preso in mano la tromba, il cielo sopra Testaccio ha fatto silenzio, per ascoltare meglio.

Tra un salto e una ballata, la scaletta ha mescolato i grandi classici come Manifesto, Vento In faccia con i brani nuovi che già sembrano appartenere a tutti, come Notti Di Luna E Falò tratta dall’album Fandango di cui abbiamo parlato qui qualche mese fa.

Ogni pezzo ha avuto la sua ragione, il suo tempo, la sua parte di gente a cantarlo.

Il suono che arrivava? Vivo, ruvido, caldo, come deve essere.

I momenti più intensi sono stati quelli in cui la musica rallentava e si potevano sentire le parole, le storie, il peso delle assenze.

Perché sì, l’ombra di Erriquez c’è ancora, ma ieri è sembrata una compagnia amica, non un’assenza dolorosa.

Era bello vedere come la Banda guarda il suo pubblico (ho avuto la fortuna di avere libero accesso al palco), con gratitudine vera, senza barriere.

Gente che suona ancora con la stessa gioia dei primi concerti, quando i palchi erano pochi e le birre calde.

Chiusura sulle note di Beppeanna, canzone che fa parte del primo album uscito nel 1996 Il Circo Mangione.

Quando il concerto è finito, nessuno ha pensato di andare via subito.

Giusto il tempo di togliersi le magliette bagnate e si rimane lì, per un po’, come quando finisce una cena tra amici.

Si firmano i dischi (si quelli in vinile), si chiacchiera con chi c’era, si beve una birra (o altro) e si aspetta che l’eco della serata si spenga da solo.

La Bandabardò ha ricordato a tutti noi che c’è un modo semplice di stare insieme, che non ha bisogno di altro che di una canzone suonata come si deve.

 

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