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Arab Strap al Monk: una notte romana tra cinismo e poesia

Testo di Fabio Babini
Foto di Sara Serra

Roma, 24 luglio 2025 – C’è un certo tipo di oscurità che non respinge, ma chiama. Una penombra affilata che sa di birra non adeguatamente fredda, letti disfatti e messaggi mai inviati. Gli Arab Strap, con la loro consueta lucidità brutale, sono maestri nell’abitare questo spazio interiore. E ieri sera, al Monk di Roma, lo hanno dimostrato ancora una volta con un concerto denso, coinvolgente e, sì, dolorosamente sincero.

La band scozzese – oggi non più solo il duo storico formato da Aidan Moffat e Malcolm Middleton, ma un ensemble compatto e ben amalgamato – è arrivata nella capitale nel pieno del suo tour estivo. Nonostante la data estiva di fine luglio, il Monk ha fatto registrare quasi il tutto esaurito: una folla composita, fatta di fedelissimi della prima ora, curiosi avventurosi e volti segnati da chi con questi brani ci è cresciuto, ci ha pianto, ci ha ballato al buio.

L’ossatura della scaletta è stata dedicata, come prevedibile, all’ultimo lavoro in studio della band, ‘I’m totally fine with it don’t give a fuck anymore’, titolo che è già tutto un programma. È un album spietato, nerissimo, che ha il coraggio di guardare senza filtri l’abisso delle relazioni moderne, il nichilismo da scroll compulsivo e i silenzi pesanti come pietre che riempiono le giornate. Ma non è un disco freddo, anzi: cova sotto la superficie un’intimità disarmante, quasi una richiesta d’aiuto mascherata da sarcasmo.

In concerto, questi brani prendono corpo. ‘Allatonceness’ ha aperto il set con un incedere quasi marziale, capace di inchiodare l’attenzione fin dai primi minuti. ‘Hide Your Fires’ e ‘Sociopathic Liar of a Man’ hanno mostrato il lato più tagliente della nuova produzione, ma senza rinunciare a quel groove urbano e un po’ sporco che è sempre stato una cifra della band. Il pubblico ascolta in silenzio, attento, come se ogni parola potesse diventare un tatuaggio invisibile.

Aidan Moffat, al centro della scena, è l’antieroe perfetto: cammina sul palco come se fosse nel salotto di casa, si agita appena, canta come se stesse raccontando una storia solo a te. Il suo timbro basso, profondo, a tratti quasi sussurrato, è una calamita. C’è una teatralità sommessa nei suoi gesti, un’energia trattenuta che esplode in piccoli momenti di furia trattenuta o ironia sorniona.

Accanto a lui, la band funziona. Non solo regge il peso delle composizioni più recenti, ma riesce a rivestire i brani storici con una nuova pelle, senza snaturarli. È un equilibrio difficile, ma loro ci riescono.

Non mancano incursioni nel penultimo lavoro in studio, ‘Days Get Dark’, disco altrettanto intriso di ombre ma con sfumature più malinconiche e riflessive. La resa live di ‘Fable of the Urban Fox’ è una delle sorprese della serata: cupa ma incalzante, ipnotica, con Middleton che tesse trame chitarristiche quasi ossessive. Anche ‘The Turning of Our Bones’ riceve una calorosa accoglienza, a conferma che questa seconda giovinezza artistica del gruppo non è affatto un’operazione nostalgica, ma qualcosa di vivo e pulsante.

Ma è quando si torna indietro nel tempo che la sala vibra di un’altra frequenza. ‘New Birds’ è una coltellata lucida, un racconto disperato e spietato sulle ferite d’amore che si riaprono anche solo a nominarle; ‘Islands’, con la sua struggente rassegnazione, cala un silenzio denso sulla platea, rotto solo dagli applausi finali.

Dall’album ‘Philophobia’, uscito nel lontano 1998 e ancora oggi uno dei manifesti emotivi della band, viene pescato anche il bis conclusivo, ‘Soaps’, ovvero un addio morbido e disperato, che chiude la serata lasciando un sapore agrodolce, come un drink lasciato a metà.

C’è spazio anche per recuperare un pezzo da ‘The Red Thread’, album del 2001 spesso dimenticato persino dai fan più appassionati: ‘Infrared’ invece suona attuale, scarna, inquieta ed è la dimostrazione che nessun capitolo del loro percorso è davvero minore, ma solo in attesa del momento giusto per essere riscoperto.

Applausi convinti anche per ‘Fucking Little Bastards’, che rompe per un attimo l’introspezione e regala un momento di pura carica, senza smettere di essere feroce. A seguire, ‘The Shy Retirer’, da ‘Monday at the Hug & Pint’, riceve forse l’ovazione più spontanea dell’intera serata. È un brano che, nonostante i vent’anni sul groppone, continua a parlare con una freschezza sorprendente: un inno sghembo alla disillusione, tanto che sembra scritto ieri.

Uno dei momenti più toccanti, però, arriva con ‘The Girls of Summer – uscito alla fine dello scorso millennio sull’omonimo singolo – una ballata amara, melanconica, dove l’estate non è mai spensieratezza ma piuttosto la stagione dell’assenza, del ricordo che brucia la pelle più del sole. Moffat lo interpreta con intensità crescente, lasciando che le ultime note si dissolvano nel silenzio quasi religioso della sala.

Tecnicamente, il concerto fila via liscio. Il suono è pulito, equilibrato, mai eccessivo, forse un po’ troppo “attufato”, per usare un’espressione gergale. Ogni strumento ha il suo spazio, ogni parola arriva chiara. La band dimostra una compattezza che va ben oltre il mestiere: c’è complicità tra i musicisti, voglia di suonare insieme, e questo fa la differenza, soprattutto in brani così densi di contenuto.

Alla fine, l’impressione è quella di aver assistito a qualcosa di più di un semplice live. Gli Arab Strap, dal vivo, sono un’esperienza. Non cercano l’approvazione, non lusingano il pubblico, non costruiscono momenti “Instagrammabili”. Offrono piuttosto uno specchio crudo e affascinante, dove ognuno può (e deve) riconoscersi almeno per un momento sfuggente.

Il concerto di Roma ha confermato quanto il loro percorso musicale sia ancora oggi rilevante, incisivo e coraggioso. Una band che ha sempre preferito scavare anziché decorare, che non ha mai avuto paura di mostrarsi fragile, e che continua, dopo quasi trent’anni, a raccontare la vita con parole che suonano vere.

E anche se usciti dal Monk ci si ritrova nella solita estate romana, con le sue strade appiccicose, qualcosa resta. Una voce che riecheggia nella testa, una frase appuntata mentalmente, un’emozione che fa fatica ad andarsene. Come un ricordo che non sai se voler dimenticare o custodire. Gli Arab Strap lo sanno bene ed è lì che abita la loro musica.

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