Dal lato palco, la prima cosa che capisci è che non sarà una serata facile da fotografare.
Tanto buio, luci che arrivano a scatti, volti che compaiono e spariscono e allora, smetti di inseguire l’immagine giusta e inizi ad ascoltare davvero.
Alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, ieri sera, quel momento è arrivato ancora prima che Apparat salisse sul palco.
Il DJ set di apertura, curato da Bi Disc, ha lavorato in sottrazione più che in accumulo: niente picchi facili, niente scorciatoie.
Un percorso personale, stratificato, che ha preparato la strada al concerto, una scelta coerente con quello che sarebbe arrivato dopo.
Quando Sascha Ring è entrato in scena, alle 22 precise, lo ha fatto senza segnali evidenti, quasi in continuità.
Poca luce, appunto ma non per creare mistero, piuttosto per togliere distrazioni.
La sensazione era chiara: tutto era pensato per spostare il baricentro sull’ascolto.
Anche scattare fotografie è diventato un esercizio di pazienza, tra buio e lampi strobo che cancellavano e riscrivevano le immagini nel giro di un secondo.
Eppure, proprio lì dentro, si è costruita la forza del live, un flusso compatto di elettronica e ambient, mai freddo, mai puramente contemplativo.
Apparat lavora sulle dinamiche in modo quasi narrativo: accumula, sospende, lascia respirare e poi riprende, senza bisogno di forzare.
Non c’è la ricerca del momento “da applauso”, ma una tensione continua che tiene il pubblico dentro, attento.
Sei anni di assenza dalle scene si sentono, ma non nel senso di distanza. Piuttosto, nella precisione con cui ogni elemento sembra avere un peso specifico.
Il nuovo materiale, legato all’uscita di A Hum Of Maybe, si inserisce senza fratture nel suo linguaggio sonoro, ampliandolo più che reinventandolo.
È un ritorno che non ha bisogno di dichiararsi tale.
Dalla prospettiva laterale del palco, quello che colpisce è anche la relazione con la sala.
Il pubblico della Sala Sinopoli, esaurita da mesi, era composto da varie generazioni e c’erano molti gli stranieri che vivono nella capitale.
Un pubblico attento, che osserva, ascolta, misura, ed è proprio per questo, che quando si lascia andare, diventa parte integrante del concerto.
Non c’è stato un momento preciso in cui tutto è “esploso”.
Piuttosto, una progressiva immersione, come se il set non fosse fatto di brani separati, ma di un unico movimento, con variazioni interne.
Alla fine, si esce con la sensazione di aver assistito a qualcosa di compatto, quasi architettonico.
E forse è proprio questa la chiave: non uno spettacolo costruito per essere visto solamente, ma un ambiente da abitare, da vivere senza distrazioni.