Foto di Tommaso Notarangelo
Ve lo confido, sussurrandovelo all’orecchio: non sono mai stato un particolare aficionado della musica dei Fleshtones, dei loro dischi intendo.
E nello stesso tempo, sono stanco di quel frusto luogo comune che etichetta questa o quella band come “imperdibile dal vivo”, a fronte di album in studio riusciti ma non con quella stessa enfasi profusa onstage.
E però ci sono le eccezioni che, come da celeberrimo motto, confermano la regola. Mi vengono in mente, per la gioia dei più attempati fra voi, gli Humble Pie, il cui colossale doppio live ‘Performance: Rockin’ the Fillmore’ distrugge senza pietà qualunque loro lavoro in studio.
Alla categoria di queste illustri eccezioni appartengono i Fleshtones, una band che proprio in questi giorni sta portando avanti il tour celebrativo dei primi cinquant’anni di attività, che stasera tocca la Capitale grazie al live organizzato da Zen Arcade presso il locale di Via Mirri.
Personaggi d’eccezione come il cantante, nonché occasionalmente tastierista e armonicista, Peter Zaremba ed il chitarrista, ma anche lead vocalist per qualche episodio, Keith Streng, che sono alla guida della navicella dal primo giorno, i quali hanno ormai superato i settant’anni ma ancora saltano, ballano, suonano e cantano con una vitalità sconosciuta a molte persone con un’età assai più bassa della loro.
Sia chiaro, il dimenarsi sul palco di tutti e quattro i newyorkesi, includendo il bassista (e terza voce solista) Ken Fox ed il batterista Bill Milhizer, non è un semplice specchietto per le allodole: pur non potendo certamente considerarsi dei virtuosi, Zaremba e compari non sbagliano uno stacco risultando impeccabili, nonostante al contempo paiano fregarsene della precisione, perché tutto è finalizzato a divertire e divertirsi, coinvolgere il pubblico quasi da trasformarlo in parte integrante dello show.
Peter salta la transenna e canta tre brani nel bel mezzo delle prime file. indi si porta Streng fuori dal palco dal fronte laterale, consentendo al sottoscritto di mimare una air-guitar per qualche secondo accanto al suo chitarrista. Poi fra un brano e l’altro si girano tutti su sé stessi, con un braccio sulla testa, ad imitare quella ‘Wheel of Talent’ che ha dato il titolo ad un loro album nella scorsa decade.
E il frontman diverte ulteriormente quando con un incerto italiano, coltivato nel corso delle frequenti visite del gruppo nel Bel Paese, ci ricorda che i Fleshtones sono a Roma, “the Eternal City”, “oggi sì, questa sera sì, domani no!”
Concerto forse breve, un’ora e venti minuti di durata, ma intenso, tanto per non negarsi un altro excursus nel luogocomunismo: che si chiude con il batterista che continua a pestare sul palco come un ossesso mentre Zaremba, Streng e Fox guadagnano l’uscita laterale scomparendo – senza smettere di suonare! – tra i camerini del Monk.
Ma cosa volete chiedere di più ad una band che riempiva il CBGB negli anni d’oro e che, continuando a mantenere un’invidiabile attitudine “down to earth”, consente ai promoter di tenere lodevolmente basso il costo del biglietto (quindici euro)?
Infine, lasciatemi spezzare una lancia nei confronti degli opener, che non mi sono affatto dispiaciuti. Trattasi dei Super Dog Party, trio capitolino che ha aperto la serata all’insegna di un energetico cocktail di rock’n’roll, punk, e un’imprevedibile dose di blues, con tanto di cover dei grandissimi Status Quo accanto a tracce originali quali ‘Isolation’ e ‘Asshole’.
E l’uomo campa.