A cura di Valerio Piccioli

Domenica 3 Maggio, Init Club di Roma, la folla attende in fila l’apertura dei cancelli per una serata unica nel suo genere. Tornano dopo molto tempo gli Zu, gruppo storico underground capitolino, per presentare il loro ultimo album “Cortar Todo”, introdotti dall’enigmatica formazione dei Sudoku Killer.

Contrabbasso in spalla e via verso nuove note, Caterina Palazzi può essere immortalata in questa immagine, la stessa della copertina del suo primo lavoro musicale. Lei e il suo Vlad, questo il nome del suo contrabbasso, fedele compagno di mille e più notti passate a vivere la musica.
Dopo cinque anni dal suo esordio, passati collezionando gradimento di pubblico e critica, torna con il nuovo album “Infanticide“.
Ad accompagnarla la sua band Sudoku killer, musicisti dall’eclettica personalità, pronti a seguire la sua frontwoman in voli pindarici che oscillano dal jazz al noise, passando per influenze rock.
Sonorità aggressive e dirette quelle composte dalla contrabbassista romana, accompagnate da eccelsi assoli della chitarra di Giacomo Ancilloto, del sax tenore di Antonio Raia e della batteria di Maurizio Chiavaro.

Tre pezzi suonati, “Sudoku killer“, “Hitori” e “Futoshiki“, per un pubblico quanto mai incuriosito e coinvolto sin dalla prima nota. Superato il primo accordo in sala non c’è stata una sola persona che abbia distolto lo sguardo da questi quattro alieni in attesa dei beniamini di casa, gli Zu.

Terminata l’esibizione dei Sudoku Killer viene allestito il palco per gli Zu. Due enormi amplificatori sul fondo, la batteria prende forma al centro del palco, un sax e un basso. Si accendono le luci e comincia lo spettacolo.

A distanza di sei anni da “Carboniferous” e dopo una pausa di tre, gli Zu tornano con un nuovo album intitolato “Cortar Todo“, chiudendo una trilogia iniziata nel 2014 con l’EP “Goodnight Civilization” e successivamente con “The Left Hand Path“.

Il gruppo riprende un percorso fatto, come sempre, di sperimentazioni e di ricerca di sonorità nuove. Una musica basata su continue evoluzioni ritmiche che sembrano distanziarsi da un passato jazzcore.
Il miglior Sergio Leone li arruolerebbe subito per il suo “Il buono, il brutto e il cattivo”, loro sono gli Zu.
Il basso di Massimo Pupillo, il sax di Luca Mai e la prorompente batteria di Gabe Serbian danno letteralmente vita a una musica schietta, un mix di sonorità impetuose escono dalle note del trio.
L’atmosfera è cupa e la gente si avvicina sempre di più alle prime file. L’impatto sonoro è devastante, impressionano la velocità e la precisione tecnica di Serbian nascosto dietro una batteria che sembra un’astronave in mezzo al palco. Il sax di Mai urla impazzito e il basso di Pupillo crea suoni unici per il tipo di strumento. Caos e potenza, tecnica e virtuosismo, elementi rari di questi tempi.

*** INTERVISTA ***

Dopo il concerto, la contrabbassista Caterina Palazzi ci accoglie nel backstage e ci offre la sua gentilezza e disponibilità per un’intervista. Ecco cosa ha raccontato a 100 Decibel.

Sono trascorsi quasi cinque anni dal tuo esordio con “Sudoku Killer”, passando per progetti musicali diversi come le Penny Ladies (tribute band tutta femminile dei Beatles) e il NeòsTrio, per poi arrivare a questo nuovo lavoro intitolato “Infanticide”. Come si è svolto questo tuo viaggio musicale? C’è un filo conduttore tra “Sudoku Killer” e “Infanticide”?

Il gruppo Sudoku Killer è da sempre, ovvero da otto anni, stato il mio progetto principale, il mio alter ego, perchè è il progetto in cui suono mie composizioni.

Rispetto al primo album che è uscito cinque anni fa, il nuovo album Infanticide è sicuramente un’evoluzione.
Il primo album è stato un tentativo di ricercare se stessi mentre questo secondo album è un pugno nello stomaco diretto, ovvero è un punto di arrivo: “questa sono io, questi siamo noi”.
In termini musicali, rispetto al primo album in cui c’era una prevalenza di sonorità jazz e un po’ di manierismo, Infanticide è molto più rozzo, sporco, noise, psichedelico, rock, aggressivo.
Infanticide è una botta di angoscia di cinquanta minuti la cui caratteristica è far venire la pelle d’oca all’ascoltatore.

In questo nuovo disco qual è per te la caratteristica più importante? Quanto sono autobiografiche le tracce che hai composto? Ce n’è qualcuna a cui sei particolarmente affezionata?

Le tracce sono in qualche modo autobiografiche perchè raccontano di cervelli artistici che risolvono enigmi matematici. Tutti i titoli, rigorosamente giapponesi, presi da giochi di logica matematica giapponese, rimandano alla sociopatia: “hitori” significa “lasciami in pace”, “nurokabe” significa “muro invisibile”, “futoshiki” significa “estraneo, inadeguato”.
Non c’è un pezzo a cui sono particolarmente legata, li amo tutti alla stessa maniera, ma il preferito temporaneo è sempre l’ultimo che scrivo.

Nelle tue composizioni si nota una propensione ad una musicalità unica, un genere che spazia dal Jazz fino a toccare un rock alternativo. Immagino non sia un caso che il titolo “Infanticide” ricordi la raccolta “Incesticide” dei Nirvana del ’92. Quali sono gli autori che maggiormente ti hanno influenzato?

Assolutamente sì. Il jazz è solo una delle tante influenze di questo gruppo che spazia dal rock alla psichedelia, al noise, al rumorismo, alle colonne sonore cinematografiche. I Nirvana hanno ispirato questo secondo album, in particolar modo nei contenuti emotivi. La meravigliosa angoscia che provavo da adolescente ascoltando Incesticide ho provato a riviverla e farla rivivere in infanticide, sonorità diverse ma simile emotività.

Osservando il tuo quartetto ci sei tu al contrabbasso, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Maurizio Chiavaro alla batteria e Antonio Raia al sax tenore; tutti strumenti dall’animo forte. Ma quanto influenzano le tue composizioni i membri del tuo gruppo e quanto è difficile creare qualcosa che rispecchi persone con un’anima musicale così eterogenea?

Noi siamo un gruppo vero, da anni, una famiglia unita e non intercambiabile. Non mi interessa suonare con i turnisti, tutti e tre sono assolutamente indispensabili per me. Il suono che abbiamo costruito in anni di concerti è ciò che ci accomuna, e i nostri gusti musicali non sono distanti, abbiamo molte cose che piacciono a tutti.
Quando scrivo i pezzi per questo gruppo sono influenzata ovviamente dal loro modo di suonare, e infatti alle prove siamo molto veloci a montare pezzi nuovi perchè ci conosciamo talmente bene che io già so come suoneranno i pezzi ancor prima che loro li leggano in sala prove.

Carla Marciano, Aisha Ruggeri, Simona Premazzi, Debora Petrina, Francesca Petrolo, Rosa Brunello, Eloisa Manera, Nicoletta Manzini, Silvia Bolognesi sono nomi di alcune jazziste italiane. Come valuti questa crescente presenza femminile nel mondo del jazz?

Se ci sono meno donne musiciste rispetto agli uomini è solo una questione di cultura e società maschilista. Per fortuna le cose stanno migliorando.

Quando pensi ai tuoi inizi c’è un’istantanea o un brano musicale che ti tornano alla mente?

“Jumpin’ Jack Flash” dei Rolling Stones! Ho iniziato a suonare la chitarra perchè ero innamorata della schitarrata iniziale di questo pezzo… un colpo al cuore!

Mi è capitato spesso di seguirti in eventi e scattarti delle foto. Ciò che riempie di più l’immagine è senza dubbio il contrasto tra questo grande contrabbasso che suoni e la tua fisicità femminile. Mi sono sempre domandato, e colgo l’occasione per capirne di più, perchè la scelta di uno strumento così fisico e imponente? Quanto questo strumento ha inciso nella tua vita?

In realtà ho iniziato da chitarrista ma dopo qualche anno ho capito che non c’era sintonia e che non era lo strumento giusto per me.
Il peso lo sento soprattutto fisicamente! È solo quello il momento in cui sento la fatica! Per il resto è uno strumento talmente bello e coinvolgente che non mi capita mai nemmeno per un secondo di pentirmi della mia scelta. Il fatto che sia così grande è per me una cosa positiva, ha una statura quasi umana, per cui sul palco ti senti in compagnia, come se fossimo in due a suonare e non solo io.  Il mio contrabbasso si chiama Vlad, è bellissimo e non lo cambierei per nulla al mondo.

Dopo aver vinto il Jazzit Award 2010 come miglior compositrice italiana dell’anno, dopo aver suonato in tutta Italia e non, dopo aver pubblicato questo tuo nuovo lavoro, quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare così, sempre meglio. Abbiamo già iniziato a preparare il terzo album e nei prossimi due anni abbiamo tour europei e americani che ci permetteranno di portare la nostra musica fuori dal confine in maniera più massiccia. 
Il mio sogno di bambina era di diventare una rock star, adesso non è poi tanto differente, sempre  considerando che nell’ambito della musica sperimentale di nicchia non si può aspirare alla fama di Mick Jagger.

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