Yann Tiersen e la sua band, durante la tappa romana dell’Infinity Tour, riempiono l’Auditorium di musica e bellezza: quando “semplicità” fa rima con “virtù”

Che la musica di qualità non abbia bisogno di orpelli è solo una delle tante cose che Yann Tiersen sa: lo si intuisce da subito, dal momento esatto in cui mette piede su un palco praticamente spoglio (se non fosse per la moltitudine di strumenti e un paio di luci sparute disseminate tutt’intorno), con indosso una polo grigia ed un paio di pantaloni neri. Nient’altro, niente fronzoli.
Tra le altre cose che egli conosce a menadito è la succitata mole di strumenti, di cui detiene l’assoluta padronanza: per anni ha scrutato l’interno del loro cuore, alla ricerca di un’essenza che, indubbiamente, ha trovato e oggi dona al mondo senza riserve.

Ad aprire lo splendido concerto del 22 luglio all’Auditorium ci pensano i Lonski and Classen, duo tedesco di cui, mea culpa, ignoravo l’esistenza (a riprova della semplicità e dell’umiltà di cui sia Tiersen che il suo entourage si fregiano, vi dico soltanto che mi sono avvicinata ad un tizio sulla cinquantina che, dalle retrovie, stava seguendo il live del gruppo spalla in maniera appassionata, commentando con un gruppo di amici; in un inglese piuttosto maccheronico gli domando la cortesia di scrivermi il nome del gruppo, lui esegue regalandomi un sorriso, poi torna ad applaudire entusiasta. Potete immaginare la mia sorpresa quando, mezz’ora dopo, lo vedo salire sul palcoscenico: quel fan scatenato è un musicista di Yann!): uno alla chitarra, l’altro alla batteria, entrambi al microfono. E fanno più chiasso – nel senso migliore del termine – di un’orchestra; un mood coinvolgente, sonorità onoriche alla Sigur Ròs, età giovane e classe da vendere.

Dopo una piccola pausa salgono in scena Tiersen e la sua band. Un batterista, due coristi/tamburellisti e un chitarrista: questa la formazione temporanea che accompagna Yann al synth. Mai aggettivo fu più azzeccato di “temporanea”, dato che i cinque sono tutti polistrumentisti e si scambiano strumenti e postazioni a tempo di record: nel brano di apertura Tiersen lascia il synth ed imbraccia una chitarra a 12 corde, i tamburellisti passano rispettivamente all’ukulele e allo xilofono, e gli altri due musicisti “riempiono” egregiamente ogni celere vuoto senza tentennamenti di sorta.
Questi repentini cambi sono il leitmotiv di Infinity (questo il nome della tournèe e dell’ultimo album di Tiersen): siamo al secondo brano e Yann ha già lasciato la chitarra per unirsi ad uno dei musicisti in un’esecuzione magistrale di xilofono a quattro mani. E così via per il resto della serata, durante la quale il nostro amatissimo factotum passerà con nonchalance dal violino elettrico alla diamonica, dalla chitarra elettrica al pianoforte classico, senza mai perdere un briciolo di smalto. Un primo della classe, bravo da fare invidia e con un cuore immenso, che riesce a compiere il miracolo: far sì che l’eccesso di bravura non sfoci mai in freddezza. Neanche per un istante. Figuriamoci poi se persino Madre Natura ci mette lo zampino, facendo passare uno stormo di gabbiano sopra le nostre teste durante un’esecuzione di solo piano, e per di più proprio nell’ibrido istante in cui il tramonto si mischia alla notte. E’ magia e commozione, visibile negli sguardi lucidi e appannati di una folla in estasi.

Tiersen ci regala brani così diversi tra loro che, ad averli ascoltati ad occhi chiusi, a stento si crederebbe siano tutti frutto della stessa mente. La poliedricità dell’artista lo spinge ad esplorare melodie lontane – il campionamento di una voce di donna che sussurra parole in lingua nordica accompagna il synth decisamente björkiano dell’ottavo pezzo; che l’ultimo album sia stato registrato proprio in Islanda… è una mera casualità? –  ma anche a giocare in casa sfruttando la musicalità nostalgica e retrò di cui la sua città d’adozione, Parigi, è intrisa.
Con professionalità Yann lascia il giusto spazio ai suoi musicisti, facendoli cantare (uno di loro sfodera un inimmaginabile timbro baritonale!) e lasciando che anch’essi si divertano a cambiare strumenti e sonorità a loro piacimento. Proprio come lui. Come fossero fanciulli nell’indole, e adulti nella superba pratica.
La passione con cui Tiersen si immerge questo live potrebbe essere riassunta in un oggetto, mio personalissimo emblema della serata: l’archetto del violino, o quello che ne rimane dopo la vigorosa esecuzione di un brano a metà concerto. Un archetto logoro che Yann non molla fino alla fine, addirittura elevando il livello qualitativo dei brani di pari passo con lo sfilacciarsi dei crini. Fulgida dimostrazione di come per fare musica di qualità, ripeto, non v’è bisogno di orpelli. Ma nemmeno di strumenti nuovi di zecca.

Per fare musica di qualità, evidentemente… c’è “solo” bisogno di essere Yann Tiersen.

Facciamocene una ragione, e godiamo del dono della passiva fruizione: difficilmente vi saranno altri musicisti come lui sulla faccia della terra.

Però, abbiate fede, è anche di orecchie efficienti che questo mondo ha bisogno.

Lunga vita alla msucia di qualità.

Che ve ne sia sempre.
Till the end”, come recita uno dei brani che, nella cornice di una pallida luna capitolina, stregano definitavemente il pubblico. Sottoscritta compresa.

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