Eh si, che di numeri ne hanno, i ragazzi. Ne hanno da vendere, ne hanno quanto basta per far sì che proprio attraverso i suddetti si riesca a comprendere il disegno che costituisce il quadro generale della band, nata a Frosinone e destinata ad espandersi senza ombra di dubbio oltre i confini della provincia laziale d’origine.
 7 Training Days, il nome del gruppo (4 i componenti: Simone Ignagni alla voce, Antonio Tortorello al basso, Giovanni Ignagni alla chitarra e Daniele Carfagna alle percussioni); 2, gli album all’attivo, il più recente dei quali, intitolato Wires (12 tracce, 50 minuti e  una manciata di secondi in tutto) è stato posto al vaglio della sottoscritta; 7, gli anni trascorsi dal giorno in cui è stato fondato il gruppo; x, quelli che ancora devono trascorrere – laddove x sta per incognita, numero indefinito, che rimanda ad una data che ci auguriamo giunga il più tardi possibile – e quelli in cui i 7 Training Days sforneranno altri album. Perché, se il buongiorno si vede dal mattino… questo secondo LP promette bene eccome. Potete ascoltarlo (su https://soundcloud.com/7trainingdays/sets/wires ) e giudicare voi; io, nel frattempo, ho voluto stilare un paio di linee guida. Sempre che di linee guida abbia bisogno un album come Wires, che fila liscio da sé anche senza chiavi di lettura.

Le influenze colte e ricercate a cui accennano gli stessi 7 Training Days nella loro biografia (Pearl Jam, R.E.M., Radiohead…) sono nettamente percepibili sin dal primo brano, Gone, caratterizzato da un mood malinconico ed una ritmica orecchiabile; la medesima percepibile in quello subito successivo, You Are Not Me, dove la malinconia cede il posto ad un’aura più luminosa.
Life rimanda davvero ai R.E.M. della vecchia guardia – i migliori, a detta della stragrande maggioranza degli estimatori, nonché della sottoscritta – e regge bene il passo grazie alla godibile linea di basso che le fa da supporto. Se la track che porta lo stesso titolo dell’album, Wires, presenta tinte dark e sonorità cupe, così come accade in Pocket Venus, di rimando Down By The River ha un sapore folk e spensierato (ottimi i fraseggi della chitarra che introducono il ritornello).
I Will ha un tono intimistico, è un brano viscerale, decisamente il più ambient dell’LP; Something More Clear evidenzia meglio delle altre tracce l’indiscussa abilità canora del cantante (nonché una dignitosa padronanza della lingua inglese, che è il “tasto dolente” degli italiani per antonomasia). Dopo To Climb, che suona delicata come una ballad, con Eggplant Is The Color ci immergiamo nuovamente nel “lato oscuro” della band: ambigua e sensuale, anch’essa si lascia ascoltare che è un piacere.
The Greater Good, penultimo brano dell’album, ha un ritmo martellante ed ossessivo, incalza e resta impressa nella mente. Essa ci introduce all’ultima canzone, che è anche la più lunga di Wires: 7 minuti (il numero 7, tra l’altro, ricorre sovente.. accogliamola come una singolare casualità e godiamo della bellezza del brano in tutta la sua durata) nei quali Random Heart si concede passo passo, si lascia degustare con dovuta lentezza.
L’ascolto termina con le note del basso che risuonano sorde, quasi a ricordare il tonfo d’un battito cardiaco. Ed il cuore lo fa battere, Wires. Un prodotto di qualità, ben “confezionato”, che si presenta bene ed altrettanto bene promette. D’altronde, che il buongiorno si veda SEMPRE dal mattino ve l’avevo premesso anzitempo… e con i 7 Training Days è batticuore sin dai primi di quei 50, straordinariamente ben spesi, minuti d’ascolto.

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