Il rock diviene metallico e industriale. Si fa pop nella misura in cui è la melodia a guidare il tutto e gli angoli si fanno dolci e le distorsioni lasciano il posto a lunghe praterie spesso digitali. C’è aria aperta, aria ferma, non ci sono scossoni e il tutto fluttua. Sono i Winter Dies in June che sfornano questo concept album dal titolo “Penelope, Sebastian”: un viaggio a ritroso, la storia di un incontro, di un trovarsi, partendo dalla fine per tornare all’inizio man mano che si scorrono tutte e 8 le tracce inedite. In rete il video di lancio del singolo “Aeroplanes” e poi un disco che vi invitiamo ad ascoltare con quella fiducia che mettereste nelle mani di quelli famosi… perché poi è tutto li il trucco. Questo è uno di quei dischi che se fosse marchiato da uno qualsiasi dei grandi nomi del post rock internazionale farebbe davvero il rumore che merita. Internazionale, freddo, di ritmi mai troppo veloci, anzi fin troppo rilassati. Eppure c’è tantissima dinamica dentro. Musica non adatta a noi italiani.

Partiamo dal titolo. Con l’inverno, cosa muore con l’arrivo della bella stagione?
Muore la voglia di stare in casa. Si può uscire e godere delle giornate lunghe, del profumo dei gelsomini e dei campari bevuti all’aperto.

Penso che il vostro sia tra i progetti pop di questa scena indie meno italiani possibili. Come mai questa trasgressione di patria?
Abbiamo sempre scritto in inglese e abbiamo riferimenti musicali, soprattutto “sonori” legati ad un certo côté musicale anglosassone. In realtà a livello melodico siamo ancora molto mediterranei secondo me.

Ma soprattutto come ci siete riusciti? Sembra musica altamente radicata altrove…
Da sempre la nostra musica parte dal post rock e prosegue su quella struttura, modificandosi e costringendosi in una forma canzone. Questo forse fa sembrare non molto italiano il nostro modo di far canzoni. Ma alla fine facciamo questo: canzoni, canzoni lunghe.

“Penelope, Sebastian”. Tra capitali europee e quel certo gusto per le melodie lunghe. Da dove arriva la vostra scrittura?
Arriva dalla voglia di raccontare storie, fiction appunto. Troviamo altamente pornografico il ricorso seriale all’autobiografia che si fa in tanta musica italica. Le vite vere sono troppo banali per essere raccontate. E sinceramente non ce ne frega un cazzo di parlare nelle canzoni del quotidiano, della canottiera sudata e del rubinetto della doccia che perde. Purtroppo il neorealismo fa ancora danni nel nostro Paese.

Dallo scorso lavoro “The Soft Century” sembra che vi siate spostati più a nord del mondo e in particolare il mix di voce sembra più etereo e tutto il sound sembra coperto da un velo di nebbia… sbaglio?
Abbiamo premuto l’acceleratore sui riverberi e usato synth al posto degli archi e delle trombe. Volevamo una certa distanza con quello che viene raccontato. Un certo pudore e oggettività nel portare sulle scene la storia di due ragazzi. Pensiamo di esserci riusciti. Chi ascolta si farà la sua opinione.

Per chiudere. Un prossimo video dopo il bellissimo “Aeroplanes”?
A brevissmo uscirà Sands. Video dove torniamo ad imbracciare gli strumenti.

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