Articolo di Eugenio Stefanizzi

Il nostro Bel Paese ha la fortuna di poter vantare luoghi suggestivi come in nessun’altra parte del mondo e gli artisti internazionali apprezzano questa unicità. Arena di Verona, Circo Massimo, Pompei, Teatro Antico di Taormina solo per citarne alcuni, luoghi carichi di storia che s’incontrano spesso con la storia della musica. Non da meno è la bellissima Piazza Duomo di Pistoia che nella serata del 15 Luglio è stata lo sfondo ed il contorno per questa magica alchimia. Nell’ambito della 37a edizione il Pistoia Blues Festival  ha ospitato sul suo prestigioso palco i Whitesnake, una band in cui il blues e l’hard & heavy si fondono fin dal lontano 1978

Fanno gli onori di casa due gruppi toscani quali i Crazy Rain da Massa Carrara ed i fiorentini Junkie Dildoz da Firenze con il loro sleaze metal

The Answer

Hanno il compito di scaldare il pubblico in attesa dei veri beniamini della serata, i  Whithesnake con i quali hanno già condiviso il palco facendogli da spalla nella tourneè dello scorso anno e secondo mio modesto parere sono un’ottima accoppiata. Il loro rock blues mi fa venire in mente la celebre frase di un film, The Commitments, del regista Alan Parker, in cui si dice che “Gli irlandesi sono i più negri d’Europa”.

In quel caso il riferimento era al soul, ma il calore che Corman Neeson  (voce), Paul Mahon (chitarra), Micky Waters (basso), James Heatley (batteria), trasmettono con il loro hard rock ed attraverso la loro musica fa pensare che c’è qualcosa di speciale in Irlanda per poter giustificare l’alto numero di band di qualità nate e prodotte in quella piccola isola del Nord Europa il cui spirito è più a sud di quanto si pensi, ed i nostri beniamini sembrano quasi essere nati nel delta del Mississipi. Per quanto riguarda i numeri ci piace sottolineare che questo è  il decimo anniversario del loro album d’esordio Rise, ed Under the sky è il suo cavallo di battaglia. Incarnano perfettamente gli anni ’70, nell’abbigliamento e nell’attegiamento, strizzando l’occhio a gruppi che evidentemente li hanno ispirati e con i quali si sono formati quali i Free.

Corman Neeson sottolinea e ricorda Stevie Blues cantante della band irlandese Swansee River come altra fonte di riferimento e lo omaggia con l’esecuzione di Rock Bottom Blues (Stevie Blues). Con loro si fa un tuffo nel passato, in quell’epoca di sonorità calde e che si stavano facendo più forti. Never too late un altro successo tratto dal primo album, ma  Neeson, anticipa che con i suoi compagni di viaggio torneranno in Italia in autunno per un nuovo disco e nuove date.

Alla fine della sua esibizione, cordiale e gentile come sempre, è sceso a stringere mani e a concedere foto ed autografi ai tanti fan che si accalcavano tra le prime fila.

HARDCORE SUPERSTAR

Vic Zino (chitarra), Martin Sandvick (basso), Magnus “Adde” Andreasson (batteria) prendono posto sul palco ed iniziano ad intonare Hello/Goodbye ed ecco arrivare con tutta la sua irruenza un saltellante  Jocke Berg (voce) ed è subito party. Piegato ad urlare sul suo microfono, braccio sempre teso in alto a toccare il cielo con Touch The Sky, oppure proteso verso la platea, corre su e giù per il palco senza mai sosta.

La passerella gli sta stretta, è un animale in gabbia ed all’improvviso fugge via, scende  giù e si mette in piedi sulla transenna che lo divide dal pubblico col quale cerca un contatto tra il delirio di quest’ultimo che salta e balla sulle note dei loro più grandi successi come We Don’t Celebrate Sunday. La loro allegria e voglia di divertirsi è coinvolgente ed ad un sempre più carico Jocke Berg le regole non piacciono come in Above The Law e tutti col dito medio ad accompagnarlo.

Non pago di quel primo insufficiente contatto attraverso la transenna decidere di superare questo limite, quindi scende di nuovo dall’alto palco, attraversa di corsa il pit e di slancio salta l’ostacolo per trovarsi immerso tra quel suo pubblico con il quale aveva tanto cercato un contatto ancora più diretto. Una dichiarazione d’amore verso il suo pubblico e nei confronti dell’Italia definita quasi una seconda casa, come ha avuto modo di dire dal microfono ed una promessa a  prossimi appuntamenti nel breve periodo.

Durante il cambio palco l’organizzazione lancia un comunicato in ricordo delle vittime della recente strage di Nizza seguita da un minuto di silenzio

WHITESNAKE

Ecco la storia, ecco la leggenda, ecco the monster of rock, sua maestà  David Coverdale. Il carismatico frontman prende possesso del palco e con Bad Boys in apertura mette in chiaro con chi abbiamo a che fare, quì siamo di fronte a chi il rock lo ha scritto ed inventato e c’è poco da scherzare.

Le sinuose movenze, il toccarsi la chioma, l’innalzare l’asta del microfono al cielo e portarsela all’altezza del pube e direzionarla verso il pubblico, sopratutto ed ovviamente femminile, gli ammiccamenti, sono tutti passaggi di un’identità che insieme ad un’inconfondibile voce sono il marchio di riconoscimento dei Whitesnake.

Quasi 40 anni di carriera per questi quasi 40 anni di Pistoia Blues Festival in questa magica notte d’estate.  Love Ain’t No Stranger; The Deeper the Love; Ain’t No Love in The Heart of City; Is This Love; Give Me All Your Love, tutte canzoni in cui la parola LOVE viene ripetuta ossessivamente .

Love is in the air verrebbe da dire, perchè il tema è l’amore sotto tutte le forme, e guardo occhi innamorati di ragazze di ogni età ed occhi rassegnati dei rispettivi uomini che sanno che non possono competere e che perdonano e concedono questo piccolo peccato di desiderio alle loro donne. Ho il piacere di vedere spuntare anche qualche romantico e nostalgico accendino che tanto scalda il cuore in questa epoca di luci artificiali prodotte dai cellulari. C’è poco di artificiale in band come questa che abbiamo di fronte nella quale hanno militato i più grandi musicisti, essa rappresenta quanto di più vero e genuino il rock abbia potuto partorire grazie alla creatività di quegli anni d’oro.

COVERDALE appunto con AMORE ricorda le vittime di Nizza ed indica l’amore come via da seguire. E’ il momento delle presentazioni dei vari membri del gruppo ed ognuno dei quali si è fatto apprezzare singolarmente anche grazie ai propri assoli.

Reb Beach (chitarra) infiamma la platea e durante la sua esibizione lancia un plettro in testa ad un fotografo intento a ritrarre le sue evoluzioni. Joel Hoekstra (chitarra) si snoda con le sue pose plastiche da vero rocker abbinate alla destrezza sulla 6 corde ed ormai a pieno titolo ha guadagnato il rispetto di chi ancora ricorda Doug Aldritch.

Michael Devin (basso) è una new entry dopo il cambio con Marco Mendoza, ma menzione speciale va ad un altrettanto nuovo quanto importante elemento  e cioè all’orgoglio tutto italiano Michele Luppi alle tastiere che come è stato detto dallo stesso David Coverdale è il primo italiano a militare negli  WHITESNAKE.

Capitolo a parte quando invece c’è da presentare un altro mostro sacro: Tommy Aldridge alla batteria, per il quale servirebbe un articolo a parte. Il suo assolo si perde nella notte dei tempi, il suo lancio di bacchette per far spazio ad un selvaggio quanto atavico suonare le pelli con le nude mani è qualcosa che è scritto nella storia e per noi che assistiamo a questo spettacolo, la storia si palesa davanti a noi fortunati. Here Go Again e Still of The Night sono tra i pezzi conclusivi di questa fantastica notte con la speranza e l’augurio che non sia una delle ultime volte in cui possiamo assistere a spettacoli di questo livello, visto il comunicato rilasciato da Covedale di voler lasciare le scene nel 2017, anche perchè un pezzo di Italia crede in lui come fa da anni la italianissima Frontiers Record che giusto il 29 Aprile ha fatto uscire l’album di raccolta di successi dal titolo The Purple Album.

Per la cronaca scorgiamo tra il pubblico Maurizio Solieri e più in là Fabio Lione, amici del nostro Luppi e con i quali quest’ultimo ha collaborato e fa sempre piacere vedere musicisti che vengono ad assistere agli spettacoli dei loro colleghi. Si conclude così una serata tra storia e leggenda. Non ci resta che dire: Grazie Whitesnake per tutto l’amore che ci avete dato e per le innumerevoli emozioni che ci avete fatto vivere.

 

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