Spesso parliamo di ritorni discografici, apprezziamo quei vecchi gruppi internazionali che si rimettono insieme dopo anni, che fanno dischi mediocri e tour internazionali solo per il piacere di sentirsi vivi e alzare ancora di più i loro cachet.

Qui, invece, parliamo di un ritorno vero, viscerale, di una delle realtà meno mainstream – ma assolutamente di qualità  – del nostro panorama nazionale. Probabilmente i giovani hipster non ricordano o non hanno mai sentito gli Ustmamò, e quindi ignorano una band nata più di vent’anni fa e che nel ’96 si faceva conoscere al grande pubblico come filo diretto tra i CCCP e le tendenze più elettriche della fine del millennio. Non sanno neanche che nel 2003 si erano ufficialmente sciolti con una raccolta, e che ci sono voluti più di 10 anni per riascoltare qualcosa di inedito. Gli Ustmamò sono rimasti in due: Luca A. Rossi e Simone Filippi.

Duty Free Rockets è un disco di 11 brani in inglese a metà tra il rock delle origini, il blues del delta, e il garage più sincero, uscito per Primigenia Produzioni/Gutenberg Music.
Dall’esplicativa open track “I play my chords” vediamo passarci davanti diverse sfaccettature di rockblues: da quello acustico di “When the wind talks to me” e “Don’t go to strangers” a quello più danzereccio di “Hambone” e di “Duty Free Rockets” che dà il titolo all’album. Oppure quel rock’n’roll aggressivo caratterizzato da sonorità garage come in “Joy”, “The Last Trap” e “Wha Wha Wind”, o ancora il soft rock acustico di “Sad King” e il gioiellino “I want to tell you”.
Volare dalla Lousiana e dal Texas, per arrivare alla East Coast fino all’Appennino Reggiano e godersi questo ritorno sincero, senza fronzoli, senza giri di parole, dei Ustmamò, una delle band più importanti del panorama indipendente italiano. Buon ascolto.

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