Provincia della provincia. Quando anche solo una libreria dista almeno un’ora di macchina. E tra le montagne le soluzioni a nostra scelta sono poche: il nichilismo che distrugge o quello che induce una reazione. E quella racchiusa dentro le tracce di “P.I.G.S.” è decisamente fatta di un ROCK violento che un poco ricorda le distorsioni melodiche dei White Stripes e un poco l’irriverenza politica dei Sex Pistols. Ma tutto questo è solo un berciare di etichette. La vita rock degli UNIBRIDO ha inizio con questo primo lavoro che, per quanto ingenuo di anni ancora verdi di rivoluzione, finalmente è ricco di quella provincia analogica ed elettrica che piano piano ci stiamo dimenticando. Alzare il volume e smettiamola di pontificare…

Noi parliamo spesso di “rock” ma da intenderlo più come un certo modo di stare al mondo, di concepire il senso da dare alla musica. È rock un certo modo di fare musica. Trovo che “P.I.G.S.” sia un disco altamente rock… non trovate?
Assolutamente. Al di là dei giudizi di valore crediamo che il rock, con le sue varie sfaccettature, sia ancora il modo migliore per poter veicolare gli impulsi vitalistici che ci stanno a cuore, nonostante l’amore per tantissimi altri generi musicali.

Ci siete andati pesanti con la figura del maiale che ritroviamo in tante salse… ovviamente… ce l’avete a morte con tutto questo potere omologante?
Noi siamo buoni, non ce l’abbiamo con nessuno. Nel disco c’è sicuramente una certa critica alla società in cui viviamo ma P.I.G.S. dovrebbe essere interpretato anche come un J’Accuse a noi stessi. Lentamente ma inesorabilmente stiamo cominciando a comprendere che le rivoluzioni sociali devono partire dal singolo.
La rivoluzione è vera ed è efficace solo se avviene verso sé stessi. Nel profondo. Probabilmente era questo quello che intendeva il caro vecchio Platone con la metafora della caverna. Non possiamo più credere che i mali del mondo arrivino solo dall’esterno, questo pensiero egoico sta distruggendo il pianeta e la vita di ognuno. Il disastro politico, ambientale ed economico che vediamo intorno a noi è lo specchio del casino che abbiamo combinato dentro.

E in particolare: chi sono per voi i pigs? Al tempo degli WHO c’erano i rockers e i mods…
Non credo che la questione possa ridursi ad un semplice noi e loro. Questa roba la fanno i politici. Volenti o non siamo tutti figli dei mass-media, della pubblicità, dei soldi e del nichilismo. Non dircelo sarebbe stupido. Che differenza c’è tra chi indossa orgogliosamente una giacca di pelle e chi si fa il risvoltino? Costruiamo la nostra identità dietro un capo d’abbigliamento, uno status sociale, il lavoro, la nazionalità… ma tolti questi feticci chi siamo veramente?

Domanda piccante: se è vero che tutto questo apparire estetico sia una delle principali cause dell’appiattimento sociale, voi che ci cantante contro come vi ponete nei confronti di chi vi dirà: ok gli dite male ma siete qui a fare interviste per apparire come gli altri…?
Siamo coscienti di questo paradosso che da sempre accompagna il rock che vuole essere anticonformista. È evidente che se credo di dover comunicare qualcosa con la musica potrò avere la presunzione di salire su un palco e alzare la voce ma non c’è l’intenzione di apparire, cioè di non essere me stesso, al contrario tirerò fuori le mie parti più oscure e deboli, tutte le paure e le contraddizioni. Chi vuole apparire fa questo? Si mette a nudo difronte a tutti oppure recita una parte fingendo di essere altro da sé? Noi crediamo che il contenuto faccia tutta la differenza, al di là delle apparenze.

La provincia che vi circonda, quanto vi ha ostacolato nel fare musica?
Nessuno è mai venuto a metterci le manette ai polsi proibendoci di suonare! Scherzi a parte, il contesto in cui viviamo è molto particolare, ha i suoi lati positivi e negativi. Noi cerchiamo di vivere questa ambiguità nel miglior modo possibile coscienti del fatto che in un contesto diverso avremmo avuto problemi diversi. Condivido il ragionamento di chi dice che in un ambiente culturale più vivo e variegato la ricerca artistica sarebbe decisamente più stimolante, tuttavia sono convinto che certe situazioni possano risultare anche piuttosto dispersive per mille motivi e che rischino di ostacolare la propria messa a fuoco soprattutto da un punto di vista pratico. Le ispirazioni esterne sono necessarie e inevitabili ma poi bisogna essere bravi a mantenere una certa concentrazione sugli obiettivi prefissati.

A chiudere: secondo voi si tornerà a parlare delle provincie come si faceva negli anni ’90 di Radiofreccia? Genere a parte…
Chi lo sa. Se ne tornerà a parlare solo se riuscirà a scrollarsi di dosso tutto il fango della mediocrità e del conformismo in cui è impantanata. Potrebbe anche succedere, la noia è sempre il miglior motore della creatività, quindi direi che i tempi sono maturi abbastanza.

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