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Tornano sul luogo del delitto, il palco del locale in Via Della Stazione Tuscolana, a tre anni di distanza dalla loro esibizione vibrante che espanse le pareti del locale verso dimensioni oblique e parallele. A voler essere pignoli, si tratta della quinta serata della serie Post-Roma, programmatica sin dal nome nel voler esprimere le diverse sfaccettature del Verbo in materia post-rock e zone limitrofe.

Poca gente, decisamente, soprattutto considerando che la Capitale è da sempre una roccaforte per il progetto transalpino sin dai tempi dei primi lavori degli anni ’90, quando finirono anche a suonare negli studi di Videomusic, in quella sghemba ma piacevole kermesse che fu il Roxy Bar di Red Ronnie.

Tanta, ahimè troppa acqua sotto i ponti da allora, e nel frattempo il fondatore e leader Amaury Cambuzat ha trasformato il gruppo in una creatura a sua immagine e somiglianza ed in costante divenire: lo incontro prima del live e scambiamo quattro chiacchiere, e tra le righe lui scherza sul fatto che ormai sia un italiano acquisito, non solo per la padronanza della lingua. Mi parla di ‘Abracadabra’, il nuovo album che sono venuti a presentare, me ne firma una copia in vinile con dedica (atti di feticismo puro da collezionista), si parla del catalogo loro che vorrebbe ristampare proprio su LP e del bizzarro ritorno di fiamma vintage per le musicassette.

Intanto sale on stage una band che si è scelta un nome che stimola la mia curiosità: La Sindrome di Kessler, già un album alle spalle e con un nuovo lavoro in procinto di uscire, che ad un ascolto superficiale potrebbero far pensare a quel celebre gruppo cuneense per via di testi in idioma italico tra lo sfuggente e il letterario. Ma c’è qualcosa di più nella loro musica che li allontana dalle atroci pastoie dell’indie medio dello Stivale: melodie in minore alla Sunny Day Real Estate ma con un tiro tosto e ricercato che ricorda le band più evolute di casa Dischord (Shudder To Think su tutte), nonché strutture in progressione memori dei Built To Spill più tesi.

Ma soprattutto suonano come un gruppo americano, cosa non da poco, tanto che viene da pensare cosa ne verrebbe fuori se finissero nelle mani sapienti di Martin Bisi o Steve Albini… Difficile giudicare la prova degli Pseudosurfers, altra band nostrana, a causa dei problemi tecnici che hanno segnato la loro esibizione: quello che se ne percepisce dalla mezzora sul palco è un mix di gran gusto ma un tantino derivativo e troppo attaccato agli stilemi di riferimento: squarci verso l’abisso di casa Neurot e Jesu nel mirino, sospensioni slow-core degne dei Codeine e distese drone ruvide memori dei Nadja, in un flusso che ti prende ma avrebbe la necessità di trovare un pizzico di personalità.

300x300Quando gli Ulan Bator attaccano le prime note la mezzanotte è già passata da qualche minuto (d’altronde ai concerti vanno solo gli studenti universitari, no?), e l’atmosfera si fa subito plumbea e le lancette dell’orologio cominciano a perdere la loro più consona connotazione, mentre note di un sax minaccioso introducono gli arpeggi elettrici delle sei corde di Amaury. Rispetto alla formazione su disco non c’è quel fenomeno di James Johnston (già con Gallon Drunk e Bad Seeds), eppure sembra di trovarsi al cospetto di un trio già molto affiatato, con Sergio Pomante a divincolarsi tra il sassofono di cui sopra e soprattutto percuotendo le pelli con un dinamismo esemplare, figlio diretto di quell’approccio da metronomo vivente che albergava nel “motorik” di matrice krautrock.

Il basso di Mario Di Battista, a parte le competenze ritmiche, sembra più interessato a “doppiare” le soluzioni scelte dalla chitarra, mandata sovente in loop da un Cambuzat in pieno controllo di ogni suono che ne esce fuori, anche quando l’elemento psichedelico tenta di strabordare dalle filastrocche folli incastonate su mantra oscuri e liberatori. Rispetto ai brani del precedente ‘En France/En Transe’, quelli di ‘Abracadabra’ guardano sempre in qualche misura a una nuova interpretazione dei dogmi di ‘Daydream Nation’ dei Sonic Youth, ma a suonarli non sembrano più i Mogwai (band a cui gli Ulan Bator vengono spesso accostati, un po’ forzatamente) ma semmai i Savage Republic, specie nei loro momenti più foschi, tanto da farli riavvicinare notevolmente alle loro cose più prossime agli Swans, come accadeva ai tempi di ‘Ego: Echo’, con cantilene austere dal gusto esoterico avviluppate su spirali di suono in pura catarsi.

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