Essere figli d’arte indubbiamente è un privilegio non da tutti, lo sappiamo, ma il problema nasce quando i pargoli vogliono seguire le orme paterne (o materne) nel medesimo campo. Di queste carriere discutibili ne abbiamo conosciute sin troppe (chi ha detto i figli di Lennon? A pensar male si fa peccato, non lo sapete?), tanto da renderci ancor più simpatico il buon Duncan Jones, il cui banalissimo cognome all’anagrafe non ci ricorda all’istante di essere il figlio del Duca Bianco, forse perché ha scelto la Settima Arte, divenendo uno stimato regista.

Digressioni parentali a parte, con Seun Kuti ci poniamo davanti a un bivio, in cui dobbiamo scegliere se accettare o meno la bontà della sua proposta: il figliolo del compianto Fela (il più celebre musicista africano di tutti i tempi, vi pare poco?) non solo segue il sentiero battuto dal genitore, ma da tempo ormai ha deciso di mettersi alla fuida proprio degli Egypt 80, band che accompagnò il padre per molti anni. Visti dal vivo un lustro fa, davanti alla folla oceanica del Primavera Sound, fecero un figurone, riuscendo nell’ardua impresa di far muovere il deretano anche degli indie-rocker più nerd e brufolosi che possiate immaginare.

Stasera, d’altronde, dimostrano di saperci fare anche in una situazione più ristretta da club: il pubblico romano presenzia eccome, fino a riempire ogni angolo del Monk, sovreccitato e pronto a esplodere sin dalle prime note. Ad aprire le danze ci pensa il gustosissimo dj-set di Luca Collepiccolo, con una selezione ad hoc che fa battere il piedino e aguzza l’ingegno, accompagnandoci idealmente sotto palco. Ad occupare spazio non lesina nemmeno la band che, numerosissima, invade con destrezza ogni centimetro utile on stage, partendo subito in quarta nel nome e nel segno facilmente riconoscibile dell’afrobeat: ritmica tribale, giri di basso incessanti, un muro di suono di fiati, chitarre funk che girano a mille e coriste che potrebbero andare avanti a cantare e danzare fino al mattino.

Siamo tutti talmente iniziati a questo rito che quasi non ci si accorge che Seun deve ancora fare la sua comparsa sul palco, ma quando si manifesta e inizia a cantare e a suonare il sax, sembra davvero un’emanazione di Fela, come ne fosse posseduto ma in modo assolutamente benevolo. Fresco di passaggio televisivo su La7 (in una puntata di ‘Propaganda live’), Seun scherza sui musicisti italiani, ma si fa giusto in tempo a riprendere fiato e ci ritroviamo di nuovo immersi in un avvolgente sabba dove il jazz si fa irruento, conturbante, desertico, col leader indaffarato a divincomsrsi tra canto afro denso di sferzante ironia al vetriolo, la cascata di note del suo sax e un piano elettrico che quasi profuma di fusion. Il tutto per due ore di fila, con una pausa giusto di qualche minuto in cui Kuti gioca a fare il comizio arruffapopoli, tra lo sketch satirico (“vi dirò un segreto ma tenetevelo per voi: la globalizzazione è il nuovo terzo reich!”) e digressioni sentite sulle democrazie controllate dai poteri forti. Il tutto prima dell’esplosione finale, che ci lascia mezzi collassati e coi piedi doloranti, ma ancora sovraccarichi di energia vitale.

Comments

comments