tortoise

Serata attesa al varco nelle ultime settimane dai fan della band di Chicago, anche con più di un brivido per la scarsità di entrate rimaste a disposizione per la data capitolina (quella bolognese invece è andata totalmente sold-out già da settimane, da quanto si è appreso): entro nella capiente sala adibita ai live sulle note iniziali dell’esibizione di Sam Prekop, leader storico dei The Sea & The Cake, che già accompagnarono i Tortoise in un tour di una quindicina di anni or sono che toccò anche la Capitale per una data, che molti avventori non hanno potuto fare a meno di ricordare con intenso piacere e un filo di malinconia (ricordate la rassegna Enzimi, una consuetudine settembrina che manca ahimè da troppi anni?).

Rispetto alla band madre il buon Sam conserva l’elemento sperimentale, ma fa defluire il tocco latino nell’isolazionismo dettato dagli arrangiamenti sottilmente elettronici, agili nel contenere una scrittura da colonna sonora per film immaginari, volutamente accennata e soffusa.

Alle 22:30, come da copione, John McEntire e soci salgono sul palco e danno inizio alle danze che li porta a girovagare all’interno della loro discografia (prontamente presente nella sua quasi totalità presso il banco del merchandise, fieramente in vinile), e partendo ovviamente dal recente ‘The Catastrophist‘, con i brani nuovi che dal vivo si dilatano il giusto e si arricchiscono di cromature più decise. Quando però attaccano alcuni loro classici, soprattutto da quel manifesto del post-rock qual è ‘TNT‘ del 1998, i fedelissimi della prima ora si lasciano andare ad acclamazioni che quasi sovrastano il quieto crescendo del suono, che dai consueti arpeggi liquidi di chitarra finisce per stagliarsi su atmosfere che rimandano al Miles Davis elettrico: ecco, qui mi permetto di osservare come l’ottima qualità della scrittura offre spesso a McEntire la velleità per tirare fuori dalle sue corde qualcosa che forse non gli appartiene del tutto a livello di mera tecnica esecutiva.

Intendo dire che, nonostante non si possano mettere in discussione le sue peculiarità come musicista e uomo di studio, mi riservo di continuare a mantenere qualche dubbio sul suo solismo come esecutore, forse perchè senti certe sonorità e ti vengono in mente Wes Montgomery (di cui non ha il feeling) o John McLaugling (di cui non possiede la perizia e appunto la tecnica), o certe soluzioni che rimandano a Carlos Santana (di cui non possiede nessuna delle due).

Per il resto la coesione on stage è graduale, e dalla metà dell’esibizione in poi il livello di coinvolgimento sale, ed è curioso trovarsi di fronte un fascinoso melting pot a base di catarsi ritmica e distorto jazz-rock 70’s vagamente sulla scia dei primi Weather Report, la pacatezza post-rock con chitarre languide e distese, l’elemento elettronico “ma con un anima” che sembra porre un’ideale trait d’union tra un paesaggio crepuscolare caraibico e l’electro di ricerca che fu cara ai Mouse On Mars. E a reggere il tutto un incessante battito ritmico scandito dal duo di batteristi (anche se possiamo parlare di polistrumentisti che si scambiano spesso ruoli da un brano all’altro), con un battito circolare in stile “kraut motorik” tanto da portare alla mente nientemeno che i Neu o certe cose dei primi Faust, per poi sgretolarsi e fondersi con il resto delle sonorità a tutto tondo. Il pubblico, anche quello più “casuale” che trovi a certi concerti giusto per darsi un tono, riesce a tacere e mostra il dovuto rispetto, mentre i più smaliziati si lasciano andare ad applausi e richiesta di bis, puntualmente ripagata con entusiasmo dalla band di Chicago. (Fabio Babini)

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