Ve ne avevamo parlato già sei mesi or sono, quanto la band di Chicago venne a sunare “indoor” in un Monk (qui l’articolo) a dir poco gremito fino a traboccare.

Concerto riuscito in quell’occasione e pubblico soddisfatto, eppure a pensarci a posteriori qualcosa non ci convinceva, forse l’eccessiva perizia certosina nell’esecuzione di alcuni brani, che raramente esplodeva come sarebbe stato lecito attendersi.

Sarà l’atmosfera lacustre e fascinosa di Villa Ada, sottolineata dalla stessa band durante il concerto, ma la percezione è che l’interazione sul palco stasera è stata tremendamente superiore rispetto alla data di febbraio, nonostante una scaletta ormai consolidata e ben oleata: quasi tutta la discografia viene settacciata, tra gli album storici degli anni ’90 che dettarono alcuni stilemi fondamentali del post-rock, come ‘Millions Now Living Will Never Die…‘ e ‘TNT‘, fino al comeback dello scorso anno ‘The Catastrophist’, i cui brani dal vivo si scrollano di dosso una cerca struttura “matematica” con cui sono stati scrrupolosamente costruiti, per aprire spazi e dilatare suoni fino alla mutazione parziale della loro pelle.

Sul palco i Tortoise, come di consueto, John McEntire e compagni ruotano inessantemente cambiando posizioni e strumenti, con le percussioni che sovente prendono il sopravvento, con un basso pulsante e gli arpeggi liquidi di chitarre che, questa volta ci riescono in pieno, si fanno esplodere al momento propizio fino a incendiare di decibel la loro altrimenti consueta pacatezza apparente. Il jazz-rock del terzo millennio è servito, tra saliscendi elettronici, il levare del dub e le intricate tessiture rese melodiose e cangianti da un vibrafono le cui note si espandono insinuanti come un mantra ritmico e notturno.

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