Ok, non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina. Questo è vero.
E’ altrettanto vero però che, dopo aver letto e gradito un libro, possiamo riconsiderarne i contorni accessori come pregevoli valori aggiunti.

Così è stato con i The Yellow, band “brit-pop barese” di cui ho amato – alla luce di un ascolto attento e prolungato – anche la scelta cromatica insita nel nome (il giallo è simbolo di energia e vitalità per antonomasia, ma nell’antica Grecia era anche il colore che indossavano i pazzi per essere riconosciuti), nonché quella ludica a cui fa riferimento il titolo del loro ultimo album, LOL-a-bye, un gioco di parole che intreccia ninne nanne di una volta e gerghi decisamente attuali.
Questo è un po’ il leitmotiv della musica dei The Yellow: il trio (Gianluca Damiani alla voce, Francesco Loiacono alla chitarra e Claudio Mazzarago alla batteria) ama mixare tra loro i generi più disparati, dando alla luce un album piuttosto variegato e complesso. Difatti, la definizione di brit-pop è quella che gli stessi componenti della band si affibbiano; a me è parso d’intravedere molto altro. Molto di più. E adesso ve lo dico, cos’è che io in genere identifico come “altro”.

Nei The Yellow c’è tanto rock melodico, e per giunta di prima scelta. Il livello qualitativo della loro musica è complessivamente globale, ma viene senza dubbio rincarato dalla voce versatile di Damiani, come si ha modo di udire sin dalla prima track, Thousand Lights: un timbro pieno, che nella canzone che fa da apripista si mostra in tutto il suo vigore, sorretto da un riff di basso che calza a pennello.
In altri brani, invece, il cantante si diletta in falsetti decisamente riusciti: Music of the Rain, ad esempio, nel quale si respira un’aria solenne che a tratti ricorda un po’ i Muse, visto che di british alternative vogliamo parlare; analogia che sembra fare capolino anche in Perfect Drug, dove un tappeto di percussioni martellanti accoglie note che, di rimando, sono più lente e melodiche.
N.I.N.O. (acronimo del quale non mi è dato sapere la genesi, ma conto di documentarmi in merito) è una tra le canzoni più travolgenti dell’album: la strofa è morbida e cresce man mano che ci si avvicina al ritornello, durante il quale il brano esplode. So che dovrei cercare di essere il più impersonale possibile, ma verrebbe meno la funzione “critica” della recensione, nel senso letterale del termine, se non vi dicessi che al primo ascolto è stato il pezzo che ho preferito. Al secondo, invece, impazzivo per Perfect Drug.
Il bello dei The Yellow è proprio questo: ascoltando più volte l’album, vengono fuori di volta in volta nuove sfumature, nuovi punti di vista attraverso i quali “osservare” le note e comprendere alcuni significati intrinsechi che al precedente ascolto non si erano ancora profilati.
E così, è facile cambiare idea, e magari trovarsi a riascoltare The Glass e rendersi conto che quella strofa minimale imprime al brano una connotazione talmente intimistica da renderlo proprio quello che più ci va a genio. O, ancora, adorare quella manciata di note di pianoforte reiterate che fanno di Last Steps un pezzo che resta.

A ripensarci bene “brit-pop” è un epiteto davvero limitante. Certo, a voler essere precisi si rischia di diventar prolissi: io, al posto loro, mi sarei definita senza timore alcuno (e con ampia cognizione di causa) una band brit-rock-melodic-ambient-pop. L’istante dopo, però, rileggendolo mi sarei resa conto della cacofonia, e avrei revisionato per forza di cose.

Che i The Yellow siano d’ispirazione british non ci piove. Che siano pop neanche – ovviamente avendo bene a mente il significato di popular, a intendere quella musica destinata a raccogliere il consenso di un’ampia fetta di ascoltatori. E allora, che “brit-pop barese” sia. Lasciate che siano le vostre orecchie a svelarvi che c’è davvero dell’altro. Ascoltare LOL-a-bye per credere.

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