di Luca Secondino

Siamo al Palladium di Roma, in zona Garbatella, dove da pochi giorni si sta svolgendo Ossigeno Festival, la rassegna culturale che abbraccia arte, musica, teatro e che di fatto conclude le iniziative dell’estate romana.

Dopo essersi mosso per l’Italia nei mesi estivi, The Niro torna sul palco nella sua città.
Accompagnato da batteria (Puccio Panettieri), basso (Maurizio Mariani), ricche tastiere (Roberto Procaccini), e dalla sua inseparabile chitarra, il cantautore romano propone una scaletta che si snoda tra le storiche produzioni in inglese e le più recenti liriche in italiano.

Un concerto pieno di sonorità articolate e di emozioni, tanto che con l’aiuto delle luci teatrali acquisisce una dimensione intima.

The Niro, al secolo Davide Combusti, spesso rimane da solo sul palco con la chitarra, e l’unione delle corde in nylon con la sua voce che non ne sbaglia una rendono impossibile qualunque possibilità di distrazione, catalizzando occhi, orecchie e calore su di sé. Come accade con Vento nel vento di Lucio Battisti, durante la quale divide il palco con l’amico Diodato, uno dei sodalizi più piacevoli nato dall’esperienza sanremese.

Sorprendenti dal vivo i brani di 1969, l’ultimo album tutto rigorosamente in italiano, tra cui spiccano Pindaro, Non riesco a muovermi, e il singolo omonimo 1969.
Tensione creativa e pathos che culminano con i due brani di chiusura: Post Atomic Dawn da Best Wishes (2010) e Medusa, la versione italiana di Dear, scritta per Malika Ayane.

Con una rara sensibilità artistica, una voce e uno stile fuori dall’ordinario, The Niro si conferma come un unicum nel panorama italiano, e Roma, la sua città, è sempre ben lieta di goderselo dal vivo.

 

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