Dovendo proprio essere sinceri, in quanti avremmo mai pensato di sentir parlare ancora dei Telefon Tel Aviv? In pochi fan speranzosi e ottimisti, forse, quindi figuriamoci all’idea di poterli vedere nuovamente solcare un palco… Già, perché, ricapitolando in brevissimo per chi si sintonizzasse sulle loro frequenze solo ora, in principio il progetto era un duo, uno dei più significativi in ambito di musica elettronica del nuovo millennio grazie ad un paio di album diversi, antitetici tra loro (il cerebrale e algido Fahrenheit Fair Enough e soprattutto il raffinato e cangiante pop elettronico di Map Of What Is Effortless, grazie anche alle soffuse parti vocali offerte dal timbro dolceamaro di Linsday Anderson), ma ugualmente di grande spessore.

In quei giorni eravamo in molti a pensare invece che i Telefon ce l’avrebbero fatta a fare il grande salto, pronti a divenire nuove electro-star sulla scia di Air e Massive Attack, la nuova new sensation della major di turno da lanciare al pubblico di massa. Ma il music-biz è bizzarro e sovente bastardo, ed ecco che dopo un terzo lavoro in studio, il discreto Immolate Yourself del 2008, ecco arrivare la ferale notizia della morte di Charles Cooper (inizialmente si parlò di suicidio, ma esami ulteriori stabilirono si fosse trattato di un mix letale di farmaci e alcool), che di fatto sanciva altresì l’epitaffio sulla carriera del duo di Chicago.

Otto anni dopo rieccoci nuovamente a parlare di loro, e ciò che resta è al nostro cospetto: un tavolo, un telo un laptop e uno schermo a mandare immagini astratte a dir poco minimali. E ovviamente lui, il superstite Joshua Eustis, che in questi anni ha rilasciato un EP e un album solista interessanti, nonché remix e collaborazioni di prestigio tra cui spiccano i Nine Inch Nails: gentile e discreto nel porgersi e ringraziare il cospicuo pubblico accorso al locale di via Mirri (considerando che in contemporanea al Quirinetta suonavano addirittura gli Ulver!), lancia pattern nero pece e ritmiche sintetiche dritte e quadrate, che si fanno a tratti sfuggenti e intricate come da copione.

C’è l’abbozzo di qualcosa di nuovo, che ricorda il loro primo materiale, in un’interessante e improbabile connubio tra Apparat e Klinik, ma a risvegliare i sensi sono proprio gli episodi di matrice electro-pop sui generis, ahimè un po’ appesantiti in quest’occasione da un suono troppo corposo per un club come il Monk, con i bassi sparati dritti in mezzo allo sterno fino a coprire in buona parte anche le parti vocali. I convenuti comunque apprezzano, ricordano e applaudono non solo per dovere, soprattutto quando parte The Birds, che in un mondo perfetto sarebbe potuta essere la loro Blue Monday o qualcosa del genere, per capirci. Solo un’oretta di live, però, mentre nessuno si muove aspettando un bis che non arriverà.

 

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