Vi avevamo già parlato di loro e della serata di presentazione di WIRES, il loro nuovo cd (qui vi potete rinfrescare la memoria).

Loro sono i 7 Training Days, un gruppo di Frosinone formato da Antonio Tortorello (basso), Simone Ignagni (voce e chitarre), Daniele Carfagna  (chitarre) e Giovanni Ignagni (batteria e percussioni). Questa volta, però, ci siamo fatti con loro una bella chiacchierata e questo è ciò che è venuto fuori. Un’interviste in cui si parla di musica, progetti per il futuro, fili, libertà e tanto altro. Scoprite con noi questo gruppo e fatevi prendere per mano dalle loro parole: vi conduranno nel loro mondo e vi assicuro che sarà un gran bel viaggio. Allacciate le cinture. Si parte!

Cari 7 Training Days, 100Decibel e i suoi lettori vi danno un caloroso benvenuto!
Ci siamo già incontrati alla serata di presentazione di WIRES, il vostro nuovo cd. Facciamo un paragone. In cosa Wires è diverso rispetto al precedente cd, In A Safe Place?

Innanzitutto un saluto a tutti i lettori.
Diciamo che la differenza tra i due dischi riguarda l’approccio generale con cui il lavoro è stato composto e registrato.    Per In A Safe Place la fase di scrittura e arrangiamento è stata molto lunga, e si è poi riflettuta sulle session di registrazione, missaggio e mastering, che ci hanno portato via un intero anno.
Per Wires è successo l’esatto opposto, abbiamo composto un numero maggiore di brani in minor tempo, poi una volta entrati in studio abbiamo concluso il lavoro in soli 3 mesi. Ovviamente i due procedimenti hanno condizionato la resa finale: mentre il primo album è molto più riflessivo, intimista, con suoni estremamente equilibrati; il secondo risulta più diretto, immediato, sporco al punto giusto.

Wires significa “fili”, come mai avete scelto proprio questo nome?
I fili di cui parlano i testi di WIRES sono essenzialmente quei legami che in qualche modo ci condizionano la vita. Spesso sono fili invisibili che si tendono e ci conducono in direzioni che neanche abbiamo scelto; in questo modo ci soffocano, modificano la nostra vita in maniera subdola, silenziosamente. L’album lancia un monito: bisogna prendere consapevolezza di questi fili, riconoscere quelli positivi (che seguono l’andamento del nostro modo di essere) e quelli negativi (che ci costringono e basta). L’album è quindi un invito esplicito a distruggere le zavorre inutili, a camminare per la propria strada con coraggio, liberi da condizionamenti.

E invece il nome del gruppo come nasce?
7 Training Days
nasce da una lunga cernita di nomi… ci piaceva l’idea di includere un numero, ma allo stesso tempo volevamo che il nome rispecchiasse la nostra identità di base. I “7 giorni di preparazione” sono, simbolicamente, il tempo che impieghiamo per prendere in considerazione seriamente una qualsiasi idea. Significa che la meticolosità, la dedizione, l’energia che mettiamo nella musica è sempre maniacale, per cui ci servono sempre 7 giorni su 7, niente è a caso, ogni brano possiede una rispondenza profonda fra musica e liriche, ogni parola è calibrata, ogni nota cerca di esprimere precisamente un tipo di emozione.

Come prende vita un cd dei 7 Training Days? A cosa vi ispirate, la vostra esperienza in studio di registrazione… Raccontateci!
Difficile descrivere in poche righe la gestazione di un intero album! A grandi linee partiamo dalla musica, prendiamo in considerazione i giri armonici più emozionanti, le melodie più accattivanti, e cerchiamo di capire quali parole possono esprimere, completare, arricchire, potenziare quella canzone. L’ispirazione può venire da tutto e niente. A livello musicale può nascere dall’improvvisazione, o da un’atmosfera che ci portiamo dentro da un po’. Ovvio che la sfera personale influisca molto, quindi la vita di tutti i giorni è centrale, perché ci piace cercare d’infondere verità in ciò che proponiamo, uno specchio in cui le persone possano riconoscersi e capirsi, analizzarsi. Per quanto riguarda lo studio di registrazione, possiamo dire che l’esperienza ai VDSS Recording di Filippo Strang, a Morolo, è stata grandiosa. Quando in studio ti senti a tuo agio, quando ti senti libero di poter sperimentare ma hai anche una guida preparata che sa tenere il polso della situazione, bhe… allora viene tutto naturale, come se fosse facile (e facile, possiamo assicurare, non lo è affatto).

Chi si occupa dei testi e degli arrangiamenti musicali?
In realtà è la band al completo che lavora su entrambi gli aspetti. La differenza sta nel fatto che gli arrangiamenti sono davvero comunitari, mentre nei testi viene lasciata libera di esprimersi una sola voce per volta (anche se spesso ci siamo ritrovati a completare dei testi a 4 mani, quindi non è una regola ferrea).

Un gruppo italiano che canta in inglese. C’è un motivo particolare alla base di questa scelta?
Il motivo è molto semplice: le nostre influenze principali sono sempre state, fin dall’adolescenza, band americane o inglesi, partendo dai Led Zeppelin e i Velvet Undergorund, arrivando a Low, Wilco e National… quindi abbiamo fatto nostro, senza alcuna forzatura, un songwriting di lingua inglese.

So che prima di questo nuovo cd, c’è stato un cambiamento nella formazione del gruppo. Spesso è difficile per una band affrontare un evento del genere. Voi come l’avete vissuto?
Insieme ad Achille Fiorini, il nostro ex chitarrista, abbiamo condiviso tante esperienze, abbiamo inciso un album, un ep, abbiamo affrontato un tour, ma soprattutto abbiamo trovato una “voce” originale al progetto 7 Training Days… e forse è questa la cosa più importante.
Ne va da sé che il periodo in cui ha deciso di allontanarsi dalla band è stato molto difficile a livello emotivo. In questi casi la fragilità oggettiva della band non può essere ignorata, presa sotto gamba, perché in poche mosse tutto il castello, seppur ben costruito, potrebbe miseramente crollare. Per fortuna abbiamo trovato subito Daniele Carfagna, un chitarrista attivo, propositivo, musicalmente molto preparato, e con un sound personale che ha colorato ancora di più la nostra proposta. Non era per niente scontato, e ci è andata bene al primo tentativo.

Vorrei parlare un po’ del video Life, che mi ha colpito ed incuriosito parecchio. All’inizio sembra un pranzo fra amici, in una sorta di salotto ricreato in mezzo alla natura. Poi, ad un certo punto, cade un bicchiere ed è come se l’equilibrio si rompesse. Cominciate a spaccare e bruciare tutto. Qual è il significato di questo video? Come nasce l’idea che ne è alla base?
Il video è la dimostrazione visiva del concetto di base espresso in WIRES. La scena familiare in cui ci troviamo è la quotidianità che tutti viviamo, fatta di piccole cose, una tavolata con amici o famiglia, un brindisi. Intorno le pareti non ci sono, sembra (attenzione, sembra) tutto libero, aperto. Ma non è così. Quei muri sono invisibili ma molto più forti di quelli in mattoni. E gli oggetti che ci circondano sono parte di quei fili di cui abbiamo parlato in precedenza. Poi qualcosa fa breccia, un oggetto rotto per caso apre un varco nella consapevolezza e il crescendo di distruzione diventa lo sfogo per distruggere i legami costrittivi che ci opprimono. Il finale però è emblematico: una volta distrutto tutto andiamo via, verso la libertà… ma l’ultimo movimento di camera torna sulla stanza di nuovo perfettamente intatta.
Il messaggio è che, in fondo, la libertà in senso assoluto non esiste, ci sono solo libertà relative, e per ogni situazione che ci lasciamo alle spalle passiamo a un’altra dimensione piena di nuovi fili, altri legami… stavolta, però, con la speranza di poterli gestire meglio, senza subirli.

Dato che noi siamo sempre molto curiosi, raccontateci qualcosa sul video. Backstage, retroscena, aneddoti, curiosità. Qualsiasi cosa vi venga in mente! 
Bhe, è stata una splendida esperienza, sotto tutti i punti di vista. Abbiamo racimolato vecchi mobili da buttare, chiedendo a un nutrito gruppo di amici sparsi per mezza ciociaria. Abbiamo affittato un camioncino e abbiamo passato un’intera giornata a recuperarli da soffitte e cantine, facendo delle puntatine in qualche discarica. La mattina delle riprese abbiamo dovuto trasportare tutta la scenografia in una radura nelle campagne di Alatri. Il posto era isolato, tranne che per una casa confinante, non molto distante. Per tutto il tempo delle riprese siamo stati sotto stretta osservazione, quella famiglia si alternava a “spiarci”, cercando di capire cosa diavolo stessimo facendo. Ci siamo meravigliati che non abbiano chiamato la Polizia!
Ad ogni modo tutto è andato alla grande, grazie alla straordinaria guida dei 3 autori del video: Mauro Vottari, Samuele Rossi e Simone Nestori.

Nel video sembrate molto arrabbiati, ma cos’è che vi fa arrabbiare nella vita vera?
Mmmh… ci fanno arrabbiare tante cose. Direi, principalmente, la cattiveria gratuita, quella sorta di malignità che cresce negli animi di troppi, che parte da una base d’invidia (per qualsiasi cosa, grande o piccola) e si trasforma in cattiveria pura.
E non ci piacciono le doppie facce, l’ipocrisia imperante.

Come preparate i vostri live e che cos’è che non deve mai mancare durante le vostre performance?
I live vengono preparati in maniera accurata, partendo dalla scelta dei brani in scaletta, che cambiano sempre, adattandosi al locale di turno e alla nostra voglia di proporre questo o quel pezzo. La cosa che non deve mai mancare in un live è il nostro amato televisore in bianco e nero, rigorosamente rotto… anzi, inter-rotto. Lo accendiamo all’inizio di ogni performance e il pubblico può godersi un bel grigio, con tanto di linea scura su un lato. Potete vederlo chiaramente anche nel video di LIFE, mentre ci battiamo le mani intorno… è in effetti l’unico oggetto che decidiamo, coscientemente, di salvare dalla distruzione.

Ok, questa cosa del televisore me la dovete spiegare! Qual è il suo significato?
La storia del televisore è nata un po’ per gioco, partendo dalla volontà di costruire una scenografia suggestiva (e sfruttare questo elemento anche in chiave allegorica); e un po’ dalla forte passione per il cinema che ci accomuna. Ci ha sempre affascinato l’idea di poter unire suoni e visioni, e il “rumore bianco” di una vecchia tv è profondamente ipnotico e suggestivo. A questo unisci il fatto che è un televisore molto vecchio, e torna quindi di nuovo l’idea del vintage che in qualche modo ci “ossessiona”. Considera che è sul palco con noi sin dal lontano 2010… per cui è a tutti gli effetti una sorta di quinto elemento!

A proposito di live, so che siete nel vivo di un tour, che ha contato anche due date a Roma: una al Circolo degli Artisti Caffè e l’altra a Le Mura. Due locali molto importanti per la scena musicale contemporanea. Come avete vissuto queste due tappe?
Le due tappe romane sono state molto positive, ricche di partecipazione, feedback, e di un reale ascolto da parte del pubblico (la cosa che più c’interessa).
Al Circolo degli Artisti Caffè abbiamo creato parecchia curiosità, tanto che un paio di artisti di strada si sono fermati al locale attirati dalla musica e durante il concerto ci hanno fatto un ritratto! A Le Mura abbiamo aperto per gli Ofeliadorme, quindi il set è stato ridotto, ma il risultato è stato ottimo e abbiamo già ottenuto una nuova data, stavolta tutta nostra. Il tutto è stato condito da una video intervista realizzata dai ragazzi di Radio Bombay.

E in generale, come sta andando questo tour? Altre date in programma?
Oltre a nuove date nella nostra zona è prevista una puntata a Latina, altre date a Roma e nella zona dei castelli romani. Per andare fuori dalla regione ci stiamo attrezzando, l’idea sarebbe organizzare un mini tour al nord in autunno, tra ottobre e dicembre, dopo i festival estivi.

Il live più bello che ricordate?
Difficile dirlo, perché ognuno di noi vive le emozioni del live in maniera diversa, quindi i punti di vista spesso differiscono. Senza dubbio la presentazione di WIRES a La Cantina Mediterraneo è stata emozionante e importantissima. Ma ricordiamo con piacere anche il nostro primo concerto al Satyricon di Frosinone, in cui riuscì a crearsi una sorta di magia rara, una sospensione che a volte riesce a nascere e a vivere solo per quell’ora e mezzo.

Cosa rappresenta la musica per voi?
Rappresenta un’esigenza vera e propria, come il pane e l’acqua. Non è un modo per passare il tempo, è qualcosa di cui non possiamo fare a meno.

Ok, ora facciamo un gioco. Avete la possibilità di esprimere 3 desideri. Quali sarebbero?
1. Che Wires desti così tanta attenzione da arrivare alle orecchie di tutta Italia.
2. Che Wires desti così tanta attenzione da varcare i confini ed espandersi in Europa.
3. Che Wires desti così tanta attenzione da continuare a diffondersi nel resto del mondo.

I vostri progetti per il futuro? Dove vorreste essere fra un anno da ora?
I nostri progetti per il futuro sono continuare il tour, arricchendolo di nuove date, e portandolo il più lontano possibile. Fra un anno o due, bhe… fateci sognare un po’, tanto coi desideri possiamo permetterci tutto, no? Vorremmo ritrovarci… diciamo al Madison Square Garden, di spalla agli Wilco, per una mezz’ora di concerto in cui proporre il meglio tratto da In A Safe Place e Wires.

Grazie per la bella chiacchierata. Speriamo di rincontrarci presto. Magari ci diamo appuntamento fra un anno per vedere se i vostri progetti e desideri si sono avverati. Noi, intanto, ve lo auguriamo di cuore e vi chiediamo un ultima parola per i lettori di 100Decibel.
Grazie a voi e ci rivediamo a New York! – 7 Training Days –

Comments

comments