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In Sala Petrassi a Roma, abbiamo avuto occasione, con immenso piacere, di perderci nei suoni graffianti e nostalgici dei Sun Kil Moon che, lunedì 8 giugno hanno catalizzato l’attenzione dei presenti per oltre due ore.
Quasi in assenza di luci, senza saluti prosastici, il concerto ha preso il via, con una successione di distorsioni vocali e musicali alle quali non si è abituati generalmente. Non almeno nelle radio mainstream. Neanche ai concerti, se si pensa che la band rientra nel genere indie folk.

Quasi in modo primitivo, fregandosene di una presenza scenica adeguata, di un pubblico pagante, Mark Kozelek si spostava da un angolo all’altro, andando spesso dietro le quinte, rimanendo al buio. Un tipo davvero strano, quasi brutale che, tuttavia, ha ritagliato anche un momento di ilarità sfottendo il batterista che non prendeva i giusti attacchi, un po’ alla Whiplash. È stato un continuo ribaltamento: da brani duri, quasi hard rock, si passava a incantevoli e favolistiche ballads come Caroline, Sun Kil I Can’t Live Without My Mother’s Love e la nota Ceiling Gazing, grazie a La giovinezza di Paolo Sorrentino.

Per certi versi, Mark Kozelek appariva un poeta disilluso e ribelle che veniva assecondato dai musicisti, per altri, era come un direttore d’orchestra e tutti loro mostravano un ossequioso rispetto.
Un artista sui generis che ama il cinema, un sentimento ricambiato. Le sue composizioni si modellano perfettamente alle colonne sonore del film grazie al suo indie folk tanto emotive quanto incisivo. Non a caso ha fatto parte in film quali Vanilla Sky, Quasi Famosi, Shopgirl e appunto La giovinezza. A scapito di chi descrive Mark Kozelek come un uomo scontroso e difficile, alla fine del concerto ha abbracciato una ragazza giunta sotto il palco.

Un momento di dolcezza che riflette il suo tono romantico.
Insomma, un live fuori dagli schemi, romantico, poetico e sofferto. Questa la prima impressione che è rimasta fino alla fine, confermando a pieni voti l’alto valore dei Sun Kil Moon. Da rivedere e riascoltare!

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