Una discreta confusione ha accompagnato i giorni che hanno preceduto quest’attesissima data romana della band californiana, vuoi per lo spostamento improvviso (anche se eravamo ormai in molti ad aspettarcelo) della location, vuoi per il rompicapo dei rimborsi o cambi dei biglietti in corso d’opera. La venue, come spesso capita, è una parte integrante dell’esibizione stessa, e in tutta onestà il palco del Forte Prenestino è senz’altro più consono ai Suicidal Tendencies rispetto al panorama lacuastre del laghetto di Villa Ada, dove si sarebbe dovuto svolgere inizialmente l’esibizione.

Mi guardo attorno e noto una pacata trepidazione da parte di un pubblico che sembra quello dei primi anni ’90, nel senso che per una sera torna a trionfare la mescolanza più eterogenea che si possa immaginare: metallari di gusti e decadi differenti, punk col vizietto del chitarrone pesante, berretti e colori vivaci da sbandata crossover e ovviamente raduno degli skater capitolini di vecchia data, tra cui il mio plauso va a quel pazzo che si aggirava sulla sua tavola con ruote sottopalco, anche e soprattutto nei convulsi momenti di pogo selaggio.

Il più grande miracolo però si registra nell’aver (quasi) rispettato il timetable stabilito, aspetto solitamente impensabile da queste parti, ma essendo un lunedì pare che il buon senso abbia prevalso almeno in quest’occasione: poco dopo le 22:00 aprono le danze macabre i partenopei Buffalo Grillz, alla cui voce deragliante e gutturale troviamo Enrico Giannone, vecchia conoscenza della scena estrema tricolore per i suoi trascorsi, tra gli altri, con gli Undertakers. Qui il brutal death metal si mette alla meglio i panni della più convulsa e dissacrante vena sarcastica del genere, in un grind tritatutto grazie a brani con titoli che sono tutto un programma: Martin Burger King, Campari Sodom, Fiorella Mannaia, Ponzio Pilates, Fiat Factory, oltre ad un accenno di Battisti (!) e una rivisitazione della celebre corsa di Forrest Gump (!?)… Atroci, ma con (dis)gusto.

Ore 23:30: lights, camera, revolution! Parafrasi di uno dei loro album baciati dal successo a suo tempo e crescendo pertinente nel carpire quello che questa band ha significato per i convenuti; già, il pubblico, uno di quelli che, magari per convenzione, si dice che diventi parte integrante del live act… Gremito alla grande lo spazio concerti del Forte, complice anche il biglietto a sottoscrizione di soli 5 € (e benvengano altre operazioni del genere, consderando lo schifo che ha raggiunto il caro biglietti negli ultimi anni per gli eventi live nel Belpaese!), pronto a cantare a squarciagola alcuni inni della propria fervente gioventù.

Certo, bisogna dire però che il principio non è stato dei più esaltanti, almeno per ciò che concerne l’impatto sonoro: dalle note introduttive fino all’esplosione di ‘You Can’t Bring Me Down‘ i suoni sono pastosi e sprofondati chissà dove, tanto che solo l’esperienza di un vecchio leone come Dave Lombardo ha permesso alle sue bacchette di colpire pelli e piatti senza sbagliare un colpo, pur lamentandosi poichè non riusciva a sentire nulla sul palco. Quando attaccano subito I Shot The Devil, la situazione migliora sensibilmente e tutto sembra passare in secondo piano: sarà il primo di alcuni brani provenienti da quell’esordio, da quel capsaldo dell’hardcore americano, che dal vivo rafforza la sua ossatura punk primordiale con refrain metal a dir poco taglienti.

La nuova line up si trova egregiamente, con i freschi innesti Jeff Pogan alla seconda chitarra e Ra Diaz al basso, quest’ultimo in grande spolvero e per nulla intimorito nel dover non far rimpiangere un fuoriclasse come Thundercat, ormai dedito del tutto alla sua carriera solista di grande successo in ambito Funk. La sei-corde che uncina il cuore e affonda gli artigli nella carne, però, è affidata ovviamente a Dean Pleasants, sguardo beffardo e sorriso sornione da figlio di puttana, proprio come ce lo ricordavamo. Poi, manco a dirlo, al centro del palco ma pronto a saltare come un grillo colto da attacco epilettico, c’è sempre lui: Mike Muir, the man with bandana, pronto ad agitarsi e ad aizzare la folla sottostante con la sua metrica scavezzacollo, sia che si tratti di tematiche odierne (grazie all’ultimo album, World Gone Mad, gli abbiamo perdonato un lungo periodo di lavori in studio a dir poco dimenticabili), che degli incalzanti anthem “back from the 80’s“, tra cui ‘Trip At The Brain‘, ‘War Inside My Head‘, una martoriante ‘Subliminal‘ per cui si agitano rabbiosi pugni al cielo, mentre ci si ricorda delle inquietudini adolescenziali in ‘How Will I Laught Tomorrow…‘. Muir si agita psicotico, s’è detto, ma ci regala anche qualche sermone sulla fratellanza e ci ricorda quanto sia importante l’autodeterminazione per superare i propri limiti, ma sa ancora sviscerare sarcasmo al vetriolo con le celebri nenie sguaiate di ‘Send Me Your Money e ‘I Saw Your Mommy‘, fino ad arrivare a ‘Possessed By Skate‘, inno degli skater sopracitati, sulle cui note in sottofondo molti di noi al tempo si sbucciarono le ginocchia nel tentativo maldestro di ottenere un “180 ollie” o un “pop shove it” vagamente dignitoso. Un concerto liberatorio, certamente fisico e d’impatto, ma che gioca sporco anche sul filo dei ricordi. Still Cyco after all these years…

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