Chissà che queste 10 cover che Stella Burns e i suoi compagni di viaggio The Lonesome Rabbits, siano proprio le 10 colonne portanti dei loro ascolti. Siciliano tradotto Toscano ma figlio del vecchio west che con qualche raffinata soluzione moderna, porta a casa un disco che più che piacere incuriosisce e sorprende in molti istanti dell’ascolto. Incuriosisce perché è assolutamente strana la consecutio che troviamo in questi 10 successi del passato (recente e antichissimo), strana nella scelta di genere e di estrazione. Stupisce sul come siano riusciti a decodificare tutto con un linguaggio country a tratti decisamente didascalico e attentissimo alla tradizione. Ascoltate per esempio “Far from any road” degli Handsome Family – che di sua già strizza molto l’occhio al genere western – ed ora premete play sulla versione di Stella Burns. E alla fine, quindi, stupisce due volte… perché scopriamo un brano come “La ballata di Carini” in un blue-grass, country con tinte di ovvia sicilianità. Non ci credete? Buon ascolto…

Un disco per celebrare non tanto la musica quanto l’amicizia che ti lega ai The Lonesome Rabbits. È giusta questa chiave di lettura?
Con The Lonesome Rabbits c’è una amicizia di lunghissima data. Una amicizia che contempla la condivisione negli anni di tante cose anche extra musicali. Questa componente è certo presente ed è una fortuna condividere una passione ed un percorso con degli amici veri, al tempo stesso l’album nasce dal bisogno comune di voler omaggiare certi autori e cantanti (piuttosto bistrattati ma che ammiriamo incondizionatamente come Reitano e Little Tony ad esempio) mettendoli sullo stesso piano di altre nostre influenze. Autori e canzoni che ci hanno permesso di esprimere la nostra visione musicale. L’amicizia è un legante forte ma se suoniamo insieme e abbiamo voluto registrare questo album è perché condividiamo lo stesso modo di pensare la musica, nostra o scritta da altri.

Ma poi dunque scontriamoci con la track list: come pescare e mettere assieme Radiohead e Piero Ciampi? Insomma che criterio c’è dietro?
Non c’è una logica se non l’aver attinto ai nostri ascolti e gusti personali. L’istinto e l’affetto ci hanno portato a comporre questa tracklist. Ovviamente dieci canzoni sono poche e ci sono delle influenze enormi che mancano all’appello. Magari in un altro periodo la scaletta sarebbe stata un po’ diversa. L’avere anni di ascolti sulle spalle ci ha resi liberi di poter mescolare le acque.
E in fondo attingere a generi così diversi ha reso più avventurosa la costruzione degli arrangiamenti. Sarebbe stato meno divertente e interessante se ci fossimo rivolti ad un unico contesto musicale.

Il country, il folk, ma soprattutto l’America. Da dove nasce questo carattere artistico? Origini, radici e ispirazioni?
I miei ascolti sono stati sempre piuttosto distanti dagli Stati Uniti a parte alcune eccezioni, Lou Reed, Sonic Youth, Calexico e poco altro. Agli USA e a certi generi musicali ci sono arrivato tardi, quando ho imbracciato alcuni strumenti, il banjo e alcune chitarre dagli anni ’30 in su, che mi hanno fatto fare, non previsto, un percorso a ritroso nel tempo. Facendomi arrivare al blues delle origini, che non pratico veramente, ma che in qualche modo ha influenzato comunque il mio modo di comporre e di pensare i suoni.
Mi sono formato con David Bowie (che resta e sarà per sempre il mio padre artistico) e con la new wave per passare attraverso tante cose, da Arvo Part a Nick Cave. Certo c’è del folk e del blues in quasi tutto quello che ascoltiamo, ma non ero mai andato veramente alla fonte se non quando sono diventato Stella Burns pochi anni fa.

E restando su questo argomento, oggi come sposi il tuo stile di musica prettamente “vintage” con il futuro digitale delle macchine?
Sono cresciuto nell’era digitale, lavoro nel web dal ’94 e da allora mi cimento con la tecnologia. Proprio per questo forse, quando si tratta di musica, ho bisogno di allontanarmi dagli strumenti della mia vita lavorativa di tutti i giorni. Non che non usi il computer per registrare, ma è un mezzo ultimo. Prima c’è tutto il piacere di suonare con strumenti che hanno una storia, che hanno anche suoni limitati ma inimitabili e che ti portano con i loro limiti su percorsi che non controlli completamente e che riservano sorprese perché sono strumenti che sono nati prima di te e la sanno più lunga di te. Ma sinceramente non credo che una idea di contrapposizione tra il vintage e il digitale abbia più molto senso. Viviamo in un periodo in cui tutto è sullo stesso piano, in cui abbiamo raggiunto la libertà espressiva e tecnica di produrre, un brano elettronico infilandoci, se vogliamo, un ukulele degli anni ’30. Magari registrando su nastro e poi passando il tutto sul digitale o viceversa. Per quanto mi riguarda sto ancora esplorando e può far sorridere ma mi è capitato di fare un paio di concerti usando delle cassette e un registratore a bobine. Abbiamo bisogno dell’imperfezione perché è umana.

E un domani, Stella Burns farà mai un disco “elettronico”?
Grazie per la domanda. Stella Burns è nato come progetto solista proprio per potermi muovere in libertà totale, cosa che all’interno di un gruppo non è in genere tanto semplice. Quindi si, potrebbe essere che faccia anche un disco “elettronico”. Non ho mai voluto legarmi ad un genere e in questo momento scelgo sonorità acustiche, legate al vintage e ad un certo immaginario perché, come dicevo prima, per me questo è un terreno da esplorare. Il vintage è ancora il mio futuro ma non posso sapere quanto durerà.

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