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Recensione di Silvia Ponticelli

 

Ultima data italiana per il tour estivo di Annie Clark, in arte St. Vincent, che dopo Pordenone in occasione del Sexto ‘Nplugged e Genova per il Mojotic Festival, sbarca finalmente a Roma per la rassegna Villa Ada Incontra il Mondo. Cosa aspettarsi da un’artista che ha lasciato che a suggerirle il moniker fosse una canzone di Nick Cave? Classe ed eleganza, ed è esattamente quello che Annie trasmette. A metà tra un alieno ed una ragazzina, riesce ad incantare con i suoi modi algidi e apparentemente freddi e distaccati, per monopolizzare l’attenzione con la sua voce e la sua chitarra.

Trovate teatrali e movenze studiate scandiscono tutta la durata del concerto, accompagnata spesso dalla tastierista Toko Yasuda in queste performance che fanno sembrare Annie ancora più irreale. Niente è lasciato al caso, ma la disinvoltura con cui si muove fa sembrare tutto profondamente naturale, come se Annie quasi non stesse recitando. Il concerto si apre con Birth in Reverse e Rattlesnake, dall’ultimo album St. Vincent, per poi proseguire, tra le altre, con Actor Out of Work, Chloe in the Afternoon, Cruel e una Cheerleader da brividi, dai suoi precendenti album, Marry Me, Actor e Strange Mercy. Piccolo omaggio ai Depeche Mode sulle ultime note di Every Tear Disappears in cui Annie intona per qualche secondo una frase ben conosciuta “your own personal Jesus, someone to hear your prayers, someone who’s there” davanti ad un pubblico che applaude impazzito. Prince Johnny incanta, Digital Witness, Sparrow, Bring Me Your Loves ci tengono incollati a lei con lo sguardo, è ipnotica. Due canzoni lasciate per il bis, una struggente I prefer Your Love, canzone scritta per la madre, e la conclusiva Your Lips Are Red, durante la quale Annie si muove in modo spasmodico e frenetico dopo aver offerto la sua chitarra e se stessa al pubblico, mentre la canzone termina in uno splendido caos di distorsioni e lei si lascia cadere, distrutta, a terra. In un’ora e un quarto di ottima musica, ha saputo trasformare l’esperienza live in una vera e propria opera d’arte, precisa, senza sbavature. Forse è un azzardo paragonarla a Ziggy Stardust, ma l’aura marziana che circonda Annie è fuori discussione e sembra incrinarsi solo in rari momenti, tra una canzone e l’altra quando sembra rendersi conto della devozione del suo pubblico e a fine concerto, quando, sorridendo grata, lascia la sua chitarra nelle mani delle persone che occupano le prime file. Le luci si spengono e lascio Villa Ada, consapevole di aver assistito al concerto di una delle più grandi artiste che questi anni duemila, così musicalmente poveri, hanno saputo darci.

 

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