Daniele De Matteis fa incetta di un’esperienza tutta italiana nel mondo del digitale, nei panni di un producer che significa anche pittore visionario di landscapes e frattali che prendono forma oltre il suono sintetico dei computer. Il limite sottile che divide la fattura industriale dall’espressione carnale di un suono che nasce dai tasti e non dalla pelle. Si fa chiamare Soul Island e pubblica questo primo lavoro davvero molto interessante dal titolo “Shards” presente anche in versione LP. Sono 9 dipinti da mano computerizzata ma comunque intensi di visioni, appunto, intense di umanità e di sensazioni retrò anche complice questo arrangiamento e la scelta di suoni che ricalcano gli anni ’80 e ’90. Caratteristiche le liriche quasi offuscate nell’intellegibilità grazie ad un mix che le nasconde a tratti, le rende corali e intrise di un effetto lisergico. Lontananze, descrizioni arcaiche, un ascolto che richiede ascolto dedicato ed esprime prima di ogni altra cosa sensazione di vissuto. “Shards” vuole essere uno sfogo sulla vita di Soul Island, sul personale incedere ma anche una visione poco serena sul decadimento sociale e culturale. Non a caso il titolo dell’opera significa cocci, non a caso sono tasselli di un puzzle che forse, a tratti, sembra quasi scomodo rimettere in piedi.

Possiamo chiamare questo disco un concept? La rivalsa contro una società o contro una sotto-cultura? Insomma come a dire: di chi è la colpa?
Non nelle mie intenzioni, però si c’è una radiazione di fondo che trasmette il mio sentimento verso le sottoculture di un tempo e lo stato in cui versano oggi. C’è un discorso di distacco forzato dalla musica e poi di riappropriazione. Più che andare a cercare colpe, si tratta di continuare a piantare il seme e cercare nuovi modi di creare per se stessi e per gli altri.

Ho trovato due momenti quasi agli antipodi. Da una parte si intravede del “rock” o comunque un ponte di collegamento con la scena indie per i suoni di “Loser Rev” e dall’altra l’immersione negli anni ’80 con questi landscape dolcissimi e infiniti di suoni assolutamente inconfondibili. Qual è la tua dimensione?
Tra le due? Sono cresciuto col punk, hardcore, tutto il post, l’elettronica underground. Nello stereo dei miei quando ero piccolo però ci passavano tutti gli anni ’80 più commerciali. Col tempo ho imparato ad apprezzare anche quelli e recuperato altri volti degli anni ’70. Oggi ascolto di tutto e mi piace scrivere roba a cavallo di ogni periodo o genere (quasi). E’ ormai fuorviante pensare di poter riconoscere le persone ‘come te’ dalle scarpe che portano.

Parliamo di questo singolo “Ocean”. Le onde del mare e poi il tuo volto rimodellato al computer… due facce assai lontane anche concettualmente, eppure…
Ed infatti non tanto! Il video di David Chambriard fa un lavoro magnifico nel mostrare il contrasto insito nel parlare di natura attraverso la tecnologia, per quanto analogica. Del raccontarsi in maniera intima, con un sé fatto di dati codificati e ricodificati diverse volte prima di diventare immagini e suoni che ti rappresentano. Il pezzo costruisce un paesaggio naturale a partire da uno spazio sintetico, io sono lì a farmi affascinare da entrambi.

Per chiudere: perché questo nome, Soul Island?
Mi piace l’idea che dà di un posto interiore, di ritiro dello spirito, di isolamento (voluto o forzato a seconda dei casi), mi piacciono le due parole. Mi ci sento a casa, anche se vengo da una penisola!

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