Beh in qualche misura è di musica del mondo che si parla… e questo mondo ha il sapore contadino di tradizioni antiche, di ritualità, di danze pagane e di feste popolari. Questo mondo ha le latitudini di un vento balcanico, i colori accesi di stoffe turche e quel retrogusto passionale di milonghe argentine. Ma c’è anche una incantevole sospensione fiabesca quando suona “La Lussuria”: si intitola “Ceppeccàt” il nuovo disco della SOSSIO BANDA che festeggia con 7 inediti i suoi 10 anni di carriera. Sono 7 come i vizi capitali (da qui il titolo del disco). E nel nostro ragione non possiamo non notare quanto sia “rock” l’anima di un mondo fatto di terra e di ritualità… di un suono bandistico e di tutto le infinite trame dell’uomo.

Noi parliamo spesso di “rock”. Ma lo intendiamo più come un modo di vivere e di pensare alla musica che come genere in se. Partendo da questo chiediamo sempre: quanto “rock” c’è dentro “Ceppeccàt”?
Da sempre, anche nelle composizioni più datate, il nostro punto di interesse e di analisi è stato l’uomo: i suoi sentimenti, i suoi comportamenti e il modo di relazionarsi con l’ambiente che lo circonda e con i suoi simili.
Quindi, partendo da questa premessa, “Ceppeccàt” è molto Rock perché ci parla in maniera chiara ed esplicita del modo di vivere di tutti gli esseri umani quale che sia la razza, il sesso, l’estrazione sociale e culturale.
Il Peccato, il vizio, sono dell’uomo e nell’uomo e forse questo è l’aspetto più rock della sua esistenza.

Tra l’altro trovo che sia un disco senza tempo. In totale controtendenza alle mode e alle abitudini ma soprattutto un disco che pesca tantissimo da tradizioni ormai davvero tanto lontane dai nostri ascolti. Dunque un disco che ha in se una ricchezza culturale non indifferente… lo avete pensato anche in quest’ottica?
È un disco specchio del tempo che la Sossio Banda sta vivendo con gli attuali musicisti che la compongono e che ne sono l’anima con il loro modo di concepire e creare musica in questo preciso momento storico della formazione.
In più di dieci anni di attività, non abbiamo mai seguito le mode e il mercato e ci piace definirci un gruppo di world music, perché probabilmente è in questo genere che si ritrova la massima libertà e il minor numero di “paletti” e confini e dove contaminazione e mix tra le molteplici tradizioni, sono quasi una regola.
Noi siamo figli del Sud e apparteniamo al Mediterraneo che è il luogo al mondo dove si trova a mio avviso, la più grande concentrazione e varietà di culture differenti: Africa, Europa, Medio Oriente, Balcani.
Ci è bastato tirare fuori il naso dalle porte delle nostre case per avere a disposizione un patrimonio culturale e tradizionale immenso da cui attingiamo sempre e di cui facciamo inevitabilmente parte.

Ti tutte le derive che avete preso in questi brani, secondo voi quale dovrebbero essere sottolineata di più parlando di cultura e di tradizione? In altre parole: quale versante della tradizione è di fronte ad un rischio maggiore di estinzione e di abbandono?
 Dal pop italiano cosa avete preso invece?
 E l’elettronica? In qualche modo è entrata o entrerà nell’organico della Sossio Banda?
Rispondo con una serie di domande per cercare di centrare la risposta: Cos’è la tradizione? Uno stile, un genere, un periodo storico? C’è un inizio, una fine, una data di riferimento? Oggi è possibile scrivere un pezzo tradizionale? Se si, quali caratteristiche dovrebbe avere, quali strumenti utilizzare e quali forme e armonie musicali? Sinceramente io non riesco a rispondere alla maggior parto di queste domande e personalmente credo che ci sia un errore di fondo e cioè quello di associare la tradizione al passato, agli usi e ai costumi, a qualcosa di antico e superato, o presente solo nei racconti degli anziani. Per le genti che vivevano il presento di quella che por noi oggi è tradizione, cos’era la tradizione? Domande a cui non si sa e non si può rispondere. A mio modesto parere, la tradizione è qualcosa di vivo, di presente nel presente il nostro dialetto, i nostri atteggiamenti e la nostra mentalità, il modo di ragionare e di esprimersi: la tradizione è il nostro Dna. Certamente si rinnova, cambia faccia e modalità di espressione, ma in realtà noi siamo quelli che siamo stati e saremo in parte quello che oggi siamo: ora è tradizione.
Da un pinto di vista culturale invece, ritengo che ci siano dei pericoli derivanti direttamente dal mondo moderno; in particolare vedo un sempre meno interesse da parte delle nuove generazioni ad approcciarsi allo studio della musica in generale e degli strumenti popolari in particolare (tamburi a cornice, zampogne, ciaramelle).
Anche gli strumenti a fiato, che da sempre sono stati il fiore all’occhiello delle famose Bande Pugliesi, hanno sempre meno ragazzi disposti a studiarli e ad esplorarli e questo è dovuto al fatto che molte Bande soprattutto nei piccoli centri non esistono più, e che il mestiere di musicisti ha negli anni perso la sua ragion d’essere anche a causa di politiche sbagliate e “disattenzione” in primis da parte delle istituzioni.
In più c’è una lotta impari tra la musica, che è dedizione, sacrificio e studio e Playstation, smartphone e tablet.
Quando questi nuovi mezzi non esistevano, per noi lo studio della musica aveva anche una funzione ricreativa oltre che formativa.

Dal Pop ritengo di non aver preso quasi niente;  forse solo l’uso dell’italiano, per la prima volta usato dalla Banda e presente in alcuni brani di questo album.

L’uso dell’elettronica è una scelta stilistica; non la condanniamo, anzi, non è escluso che in futuro potremmo avvalercene.
Ad oggi non ne abbiamo ancora sentito la necessità, sia musicalmente che stilisticamente.
Gli strumenti che utilizziamo, anche se acustici e in alcuni casi molto antichi, hanno una gamma di sonorità e possibilità musicali immense, che quotidianamente apprezziamo ed esploriamo.
Basti pensare ai tamburi a cornice, alla voce e all’anima della chitarra, della fisarmonica, del contrabbasso, dei fiati, all’infinità di colori e suoni che abbiamo a disposizione: è un mondo affascinante tutto da scoprire e godere. L’elettronica può aspettare ancora un po’.

Comments

comments