Esiste una distanza particolarmente rilevante tra il modo in cui le persone si pongono e quello che nascondono nel proprio animo, e spesso non si può trovare altro modo di espremere tali espressioni che tramite forme d’arte, qualunque esse siano pur di farle trapelare al di fuori: un pennello, uno scalpello e oviamente un plettro.

Passano anni e mode, e sebbene Robin Proper-Sheppard non sia più al centro dei radar mediatici che stabiliscono cosa sia più o meno hype nel panorama musicale odierno, lui se ne frega e continua (anzi riprende, visto la sua latitanza discografica durata sette anni) a scrivere note nel modo consueto in cui lo abbiamo conosciuto e apprezzato, almeno nel progetto Sophia.

“Non appartengo a nessuno, non ho una casa, ho solo la mia musica” è il suo biglietto da visita nell’anno di grazia 2016, per un uomo di mezza età tutt’altro che compassato nonostante il lungo tour che lo ha portato come sempre dalle nostre parti: il segno degli anni comincia a intravedersi anche sul suo faccino slavato da eterno ragazzino che oscilla tra due continenti (nato a San Diego ma ormai “adottato” da Londra sin dai tempi dei God Machine), e come al solito non manca di intrattenere il pubblico con la sua ironia pepata, quasi a cercare un incontro-scontro verbale e incurante che i giorni del clamore siano irrimediabilmente passati, anche se il Monk mezzo vuoto di stasera mette un briciolo di nostalgia se pensiamo alle sue date romane di una dozzina di anni fa, gremite fino all’eccesso.

Chi si aspettava gli show acustici o con piccolo ensemble di archi al seguito come qualche tempo fa ne è rimasto piacevolmente deluso, perchè Robin ha messo su una band vera e propria di giovani leve, che appunto suona come una band vera e non come comprimari del grande cantautore.

Esibizione che sfiora le due ore, idealmente divisa in due metà distinte, la prima incentrata sull’album del comback, ovvero ‘As We Make Our Way (Unknown Harbours)’, i cui brani vengono riproposti praticamente nell’ordine pedissequo del disco ma ne guadagnano assolutamente in intensità e profondità nell’esibizione live: senza l’assillo di tastiere troppo invadenti o di archi che appesantiscono i solchi originali, quì il quintetto può colpire sporco, giocare di sponda e lavorare a piacimento in addizione e sottrazione degli elementi sonori.

La seconda parte è un florilegio ad ampio raggio sul suo passato e anche sul nostro, tra ricordi indelebili ed emozioni lancinanti, suonati in un contesto armonico a tratti del tutto nuovo pur senza cambiare troppo i connotati originali: ‘Darkness‘ diventa quasi un pezzo degli Stooges più plumbei e disperati, ‘If Only‘ e ‘So Slow‘ ci rimembrano le nostre occasioni di dolcezza dispersa e di chi abbiamo perso per sempre, mentre in ‘Desert Song pt. 2‘ riecheggia lo splendore mai dimenticato dei God Machine ma soprattutto di quel gran disco che fu ‘People Are Like Seasons‘, che portò a suo tempo i Sophia addirittura in classifica nel nostro vecchio e consumato Stivale, grazie specialmente all’immancabile ‘Oh My Love‘, che rimane una lucidissima anatomia di un amore andato a farsi benedire. Robin si lascia andare all’enfasi dei ricordi ma torna a scherzare con l’audience, “punendola” giocosamente con l’atto di rimandare un brano molto atteso come ‘River Song’, che rimane uno dei suoi inni più ostici in seno alla solitudine imperante, ancora più elettrica che mai e con quel mantra finale che la rende prossima agli Swans dei primi anni ’90, grazie anche all’incessante apporto del chitarrista Adam Franklin che non riesce a star fermo un attimo.

I rintocchi acustici di ‘Directionless‘ ci ricordano, qualora ce ne fossimo mai realmente dimenticati, che siamo solo delle monadi distanti tra di noi, mentre il finale spetta a un altro brano da ‘The Infinite Circle‘, il canto del cigno di ‘Bastards‘, che infonde al tutto un senso di tenera violenza e di languido distacco dal mondo circostante, alla ricerca di un luogo sicuro in cui tornare a nascondersi.

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